La proposta di legge per limitare la diffusione delle false notizie può essere davvero utile?

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La proposta di legge per limitare la diffusione delle false notizie può essere davvero utile?

false notizieFin dall’antichità la questione della verità e della sua divulgazione ha rappresentato un elemento fondamentale nel rapporto dell’uomo con la realtà e con la sua dimensione sociale. Già Aristotele aveva legato verità e realtà nel secondo libro della Retorica, mettendo in guardia gli uomini dalle false informazioni in grado d’influenzare e d’indirizzare l’opinione pubblica generale. Oggi nel 2016, la questione delle false notizie e della loro diffusione riassume un ruolo centrale nel dibattito pubblico in molti paesi. In Italia qualche giorno fa, dopo gli appelli del Presidente del Senato Boldrini e del presidente dell’antitrust, è stata presentata in parlamento una proposta di legge per limitare la diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose. Il disegno di legge presentato da esponenti di gruppi politici diversi, prevede sanzioni fino a 10 mila euro e la reclusione fino a 2 anni a chiunque diffonda in rete Fake News o contenuti inneggianti all’odio.

Sul disegno di legge molti esperti giuristi hanno espresso qualche perplessità. Un aspetto per molti impraticabile risulta essere l’obbligo di registrazione di ogni spazio online che diffonda notizie al pubblico. Un altro aspetto critico dalla stessa proposta di legge è la non chiara definizione dei soggetti preposti a decidere quale notizia è falsa o tendenziosa e quali criteri utilizzare per distinguere la satira dall’incitazione all’odio.

Una soluzione sembra quella prospettata dal presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella, che in una intervista al Financial Times ha proposto la costituzione di una rete di organismi internazionali indipendenti, simili al sistema delle autorità per la tutela della concorrenza, che siano capaci di identificare e eliminare le bufale dal web e sanzionare gli autori e i le piattaforme informatiche che le pubblicano.

Anche questa soluzione per molti aspetti sembra essere impraticabile e non poco controversa se si fa riferimento alle premesse utilizzate da Pitruzzella come base del suo ragionamento:

È compito del settore pubblico definire le regole adatte al cambiamento subìto dalla comunicazione oggi, o lasceremo internet così com’è, un selvaggio west.

Uno dei primi a sollevare gli scudi contro queste dichiarazioni è stato il capo del movimento 5 stelle Beppe Grillo, che nel suo blog ha replicato duramente alle parole del presidente dell’Antitrust

Se i poteri statali devono garantire che l’informazione sia corretta, significa che vogliono fare un tribunale dell’inquisizione, controllato dai partiti, che decide cosa è vero e cosa è falso.

Aldilà delle dichiarazioni tra chi predica una parziale “censura” della rete e chi evoca i fantasmi di un tribunale inquisitorio, il nodo centrale del dibattito si articola sul sottile confine che separa la protezione degli utenti dalla tutela della libertà di espressione in rete, e sul valore e la qualità dell’informazione nell’era della post verità. Questo neologismo, eletto dall‘Oxford English Dictionary parola dell’anno del 2016, è ricomparso nel dibattito pubblico dopo gli eventi politici della Brexit e dell’elezione di Trump in America, esempi, secondo tanti, di risultati influenzati dalla circolazione di notizie false e da una totale assenza da parte degli elettori di verifica della veridicità delle informazioni.

false notizieOggi si parla di post-verità in riferimento a una notizia completamente falsa ma che, spacciata per autentica, sarebbe in grado di influenzare una parte dell’opinione pubblica, divenendo di fatto un argomento reale, dotato di un apparente senso logico.

In una società mediatizzata come la nostra, caratterizzata da flussi ininterrotti di informazioni, è in crescita l’attitudine a ritenere come vere alcune notizie, palesemente false o alterate, ma che coincidono talmente tanto con la nostra rappresentazione della realtà, che alla fine diventano ciò che ci piace dire e udire. Cresce così l’interesse per chi inventa e racconta storie, trasformando la post verità in un elemento essenziale per la conquista l’esercizio del potere, sia politico sia economico.

Ma siamo del tutto certi che la post verità rappresenti un elemento di novità nel mondo?

Per anni, se non da sempre, le bufale e le notizie false hanno contribuito ad influenzare le opinioni della gente e il dibattito pubblico.
Nel 2003 grazie alla sola del presunto rinvenimento delle armi nucleari di Saddam Hussein, un’intera coalizione di stati internazionali con capo gli Usa e il Regno Unito ha legittimato l’intervento armato in Iraq, a dispetto delle parole di chi come Hans Blix, capo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica, aveva dichiarato di non aver trovato nessun’arma di questo tipo nelle sue ripetute ispezioni. E che dire delle bufale create ad hoc sul conto dei comunisti in Italia, quando negli spazi pubblici delle piazze come in quelli più privati delle sacrestie, venivano tacciati di essere divoratori di bambini o individui miscredenti da cui era meglio stare alla larga.

false notizieLa realtà è che le balle in politica sono sempre esistite. Ma è dall’invenzione della tv in poi che ogni notizia ha cominciato a trasformarsi in una falsa notizia. Come scrive Neil Postman nel suo profetico volume del 1985 Divertirsi da morire, la televisione ha trasformato tutto in intrattenimento, anche le notizie più serie che riguardano guerre o disastri. Le fake news in questa definizione sono la maggior parte delle notizie che vediamo in tv e sui social.

Si tratta di disinformazione perché, secondo Postman, crea l’illusione dell’informazione, mentre è solo intrattenimento.

L’’unico elemento di novità apparente rispetto al passato è costituito dal sorpasso del web sui tradizionali canali di informazione nel veicolare e diffondere le informazioni. I poteri politici e economici tradizionali hanno da sempre cercato di detenere il potere dell’informazione attraverso il controllo delle tv o dei giornali. Oggi, il mondo virtuale e anarchico del web ha di fatto sottratto a quei poteri il monopolio del racconto della realtà e quello della diffusione delle false notizie, provocando le reazioni o disegni di legge liberticidi da parte di chi quel monopolio non vuole cederlo.

Domenico Epaminonda per MIfacciodiCultura

 

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