I Grandi Classici – Stendhal e “La Certosa di Parma”, il romanzo storico alla francese

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Purché si evitasse ogni scherzo su Dio, sui preti, sulle persone altolocate, sugli artisti protetti dalla Corte, su tutto ciò insomma che rappresenta l’ordine stabilito, purché soprattutto non si parlasse mai di politica, si poteva chiacchierare liberamente di qualunque cosa.

Stendhal

Una edizione antica del romanzo “La Certosa di Parma”

In una delle sue tante gag brillanti, Woody Allen dice di aver terminato un corso di lettura veloce: «Adesso sono capace di leggere Guerra e Pace in 20 minuti – conclude – Parla della Russia». Per gestire la battuta, Allen avrebbe anche potuto utilizzare La Certosa di Parma: seppure il romanzo di Stendhal non sia altrettanto corposo, è comunque un’opera che in maniera programmatica è di così ampio respiro che potrebbe tranquillamente venir usata in maniera proverbiale. In ogni caso, dovessimo produrre un trittico ideale di romanzo storico ottocentesco, accanto appunto a Guerra e Pace ed ai “nostri” Promessi Sposi, figurerebbe last but not least appunto La Certosa di Parma.

Al di là delle dimensioni, e soprattutto al di là dell’intreccio amoroso, c’è però la valenza politica del romanzo a rendere difficile e nel contempo attuale la lettura di questo Classico, indubbiamente Grande, del 1839, successivo di quasi dieci anni all’altro capolavoro di Stendhal, nom de plume di Marie-Henri Beyle (1783 – 1842), ossia Il Rosso e il Nero. Va letto con pazienza, La Certosa di Parma, perché l’intreccio è rocambolesco e monumentale al tempo stesso, e se pure la critica (spesso oltremodo divisa sin dalla prima edizione del romanzo) lo ha definito con ragione romanzo storico, ci sono motivazione che potrebbero farcelo ascrivere al meno nobile genere del feuilleton: figli illegittimi, amori adulterini e accenni di pedofilia (una delle protagoniste, Clelia Conti, ha solo 12 anni al momento della sua entrata in scena), fughe, trasferimenti, duelli, battaglie storiche quali Waterloo, conventi e conversioni (il protagonista, Fabrizio Del Dongo, passa da soldato a monsignore così, in un amen), tentativi di avvelenamento e quant’altro.

Il tutto, intrecciato ad una continua notazione sociopolitica: Del Dongo è legato al Julien de Il Rosso e il Nero dall’ammirazione per Napoleone, lasci un’aristocrazia senza nobiltà che per lo scrittore rappresenta un male sociale assoluto, ma nel ritratto stendhaliano la nobiltà è morta ma lo è pure la borghesia nascente.

Si parla spesso di spaesamento, quando si affronta la Certosa: laddove Napoleone affermava di non vedere che le masse, sull’opera di Stendhal la Storia grava come deus ex machina sul destino dei singoli sino a modificarlo completamente. Il risultato di questa confusione è che ne La Certosa di Parma vediamo dei germi di modernità: pensiamo, nella fattispecie, all’indifferenza che post-warholiana che inizierà a permeare profondamente la società appena dopo l’avvento della pop art, e che già contraddistingue la posizione politica dei protagonisti della Certosa, che così diviene un romanzo storico anti-storico, dato che in mezzo ad un marasma di fermenti&avvenimenti politici, i vari Clelia, Fabrizio, Sanseverina, Mosca di opinioni politiche non ne hanno.

Bernard Cornwell, Il duca di Wellington a Waterloo

Da questo punto di vista, è esemplare proprio quest’ultimo, che ammette esplicitamente di considerare il proprio unico dovere la ricerca della propria felicità (meno ipocrita, in questo, di un Chris Gardner che pretende di elevare la felicità materiale valore morale), che è esattamente il brand dei nostri tempi.

È stato detto, ça va sans dire, letteralmente di tutto sulla Certosa, spesso in posizione fortemente negativa: la critica ha talvolta parlato di composizione frettolosa e strafalcioni grammaticali, stile scorretto, fallimento. In questo, uno dei più accaniti fu Émile Zola, ma d’altra parte, altrove, come in Balzac, si parla diffusamente di “sublime” sparso nei capitoli del romanzo, visto peraltro come una sorta di epigono del Principe di Machiavelli.
È interessante, e apprezzabile oltremodo, la posizione stendhaliana nei confronti del romanzo come veicolo di idee, evidentemente condivisa poi da legioni di scrittori e da noi stessi:

Un romanzo è uno specchio che passa per una via maestra e ora riflette al vostro occhio l’azzurro dei cieli ora il fango dei pantani. E l’uomo che porta lo specchio nella sua gerla sarà da voi accusato di essere immorale! Lo specchio mostra il fango e voi accusate lo specchio! Accusate piuttosto la strada in cui è il pantano, e più ancora l’ispettore stradale che lascia ristagnar l’acqua e il formarsi di pozze.

La concezione del mondo che troviamo nel Rosso e Nero è estremamente moderna anche rispetto all’epoca degli analfabeti funzionali che a frotte guardano il dito anziché la Luna.

Il Rosso e il Nero, locandina cinematografica

Su tutto ciò, riteniamo sia utile, a parte la lettura integrale dell’opera, una sovrana diffidenza nei confronti della critica stendhaliana, che spesso proprio in virtù dell’ampio respiro e delle contraddizioni (sia dell’opera in sé che della critica pregressa) ha ritenuto valida idea quella di ingarbugliare ulteriormente la matassa producendo scritti critici scritti in critichese, nei quali divertirsi a seminare tutto ed il suo contrario. Ovviamente, come molte opere di portata e afflato storici, avvicinarsi anche alla lettura della critica è quasi indispensabile per una comprensione maggiormente completa: ma in sommo grado in questo caso ciò va fatto, scusate l’ennesimo gioco di parole, con spirito critico.

In conclusione, facciamo ciò che avremmo dovuto fare preliminarmente, ossia dichiarare la nostra palese simpatia per Stendhal e da ciò per le sue opere. È pur vero che la sua sindrome ci ha dato il film omonimo di Dario Argento, ma onestamente di ciò non possiamo fargli una colpa: ma come si fa a non amare uno che ha dato il nome ad una vertigine (e altra sintomatologia, tra cui tachicardia, confusione, allucinazioni: niente battute, prego) che coglie al cospetto della bellezza di un’opera d’arte?

In conclusione, ricordiamo che la Certosa, che è in un certo senso uno dei protagonisti silenziosi del romanzo, dove viene inghiottita la vita di Fabrizio Del Dongo, dove si muore al mondo, non va intesa come prodotto caseario bensì come monastero di monaci dell’Ordine Certosino, uno dei più rigidi e rigorosi della Chiesa Cattolica: scelta non casuale, che capiamo benissimo, per uno Stendhal amante della solitudine (con buona pace dei caseofili).

E se tu sarai solo, tu sarai tutto tuo. 

Leonardo da Vinci

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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