Quando il cinema è Storia: frammenti cinematografici di un Olocausto minore

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Nebbia in agosto

Dell’Olocausto si è ampiamente parlato al cinema, in alcuni casi, come Schindler’s List di Steven Spielberg, riuscendo a coniugare successo di pubblico e omaggio alla memoria, in altri, come Shoah di Claude Lanzmann, impressionando con una ricostruzione storica minuziosa della durata di ben 613 minuti.

Esiste, tuttavia, un Olocausto minore: quello della povera gente che fu catturata per strada all’improvviso, quella composta da ambulanti, girovaghi senza fissa dimora, che viveva di minimi commerci o spettacolini all’aperto. È probabile che la società non fosse pronta a considerare questo sterminio parte integrante dell’Olocausto, ma di recente il cinema ha restituito la voce a storie e volti altrimenti condannati all’oblio.

Gli Jenisch furono una minoranza che vide gravare su di sé l’eliminazione programmata. Assimilati a rom e sinti, comparvero sulla lista dei gruppi da sopprimere, pur essendo di origine germanica. Prima di rientrare nel programma di eugenetica nazista vennero però perseguitati in Svizzera: a Lucerna, intorno al 1926, un’organizzazione dal nome Pro Juventute elaborò un piano di sterilizzazione forzata impedendo loro il matrimonio e la procreazione. In Germania il progetto di eugenetica cominciò invece arrestando chi non poteva dimostrare di avere una casa e un lavoro stabile. Così, le sparizioni divennero frequenti e, anche se ufficialmente istituzionalizzati per essere curati, le categorie dei malati psichiatrici, dei rom e dei diversamente abili furono in realtà avviate allo sterminio.

Dai documenti dell’epoca, tenuti a lungo segreti, si evince che non si adoperava mai la parola deportati, ma sempre e solo quella di pazienti. Del programma T4, codice con cui era identificata l’eliminazione dei soggetti socialmente deteriori, parla il film uscito nelle sale a settembre 2016, Nebbia in agosto, diretto dal regista tedesco Kai Wessel, il quale aveva già puntato la sua attenzione sugli anni della Repubblica di Weimar e dell’ascesa del nazismo con il film Hilde, dedicato all’attrice Hildegarde Knef, vissuta in quel periodo. Wessel, in possesso di materiale su Ernst Lossa, eugenizzato a soli quattordici anni, costruisce un film che racconta le fasi iniziali del programma T4, allorché il compito di eliminare i disabili venne spostato da Berlino agli istituti in cui i malati erano stati rinchiusi.

Fateless – Senza destino

Ma l’idea di trattare quanto accaduto tramite gli occhi di un adolescente non era nuova. Infatti nel film del 2005 Fateless – Senza destino, del regista Lajos Koltai, si tratteggia una vita che cambia per avvenimenti esterni incomprensibili. Il protagonista, Gyurka Koves, è un ebreo ungherese di quindici anni, lontano dalla madre e dal padre, mandato in un campo di lavoro. Il ragazzo viene catturato un giorno sul tram che lo porta scuola e viene indirizzato verso diversi campi di sterminio, nei quali dovrà piegarsi ai suoi aguzzini per sopravvivere.

Il destino di Gyurka ed Ernst non è lo stesso, perché il primo riuscirà a restare vivo, mentre il secondo pagherà la ribellione con una fine atroce.

Wessel nel suo film indaga il conflitto fra il direttore dell’ospedale, lo psichiatra Valentin Falthauser (uno straordinario Sebastian Koch) e il piccolo nomade Ernst Lossa (interpretato da Ivo Pietzcker). Schedato come zingaro, nonostante spieghi di non esserlo, Ernst finisce in istituto per il suo carattere vivace. La macchina da presa indugia sullo psichiatra gentile, ma dalle cognizioni scientifiche inoppugnabili. Nei campi lunghi viene mostrato mentre coccola i pazienti, prima di ritirarsi nello studio a stilare l’elenco mortale. I più piccoli vengono soppressi mescolando barbiturici con sciroppo di lampone e tale compito è affidato alla dolce infermiera Pauline Kneisserl (l’attrice Henrietta Confurius), giunta apposta per attuare il piano. Le riprese contrappongono chi ha in mano le vite dei pazienti e chi tiene in pugno le loro scomposte ed episodiche ribellioni. Ma le cose devono mantenere una parvenza di normalità, anche se il termine suona come una bestemmia, e così l’autopsia eseguita sui cadaveri smagriti serve a certificare la loro morte semplicemente per broncopolmonite. Ernst però tutto capisce e affronta Falthauser, vedendolo piangere lacrime di circostanza al funerale dell’infermiera caporeparto Sofia, che si era opposta al programma, e lo chiama assassino. Quindi, la sera stessa lo psichiatra inserisce quello zingaro nella lista dei pazienti da sopprimere. Il finale, a questo punto, è ovvio.
La nebbia, pare dire Wessel, è quella benda  di ipocrisia che portò a distogliere lo sguardo da esseri umani sfortunati e inermi, che nessuna possibilità avevano di difendersi, se non quella che scelse Ernst Lossa, ovvero stare al loro fianco e tener loro la mano.

Django

Un inno alla poesia e al ricordo di questo Olocausto minore è pure il film Django, che ha aperto il Festival cinematografico di Berlino 2017. Diretto da Etienne Comar, racconta la vita del chitarrista jazz Django Reinhardt (interpretato dall’attore Reda Kateb) di origine sinti, che rifiutò proprio di suonare per i nazisti.

Non tutte le morti riescono ad avere la compassione che spetterebbe a chi ha sofferto ingiustamente. Come accadde agli ultimi fra gli ultimi di cui si è parlato oggi, mandati, con crudele paradosso, a morte per primi.

Sembra essere Vite indegne di essere vissute la terribile condanna, ma il cinema ha spazzato via almeno un po’ della polvere che li teneva prigionieri, tenendone viva la memoria.

Maria Rosaria Porcaro per MIfacciodiCultura

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