La protesta dei taxi: non solo colpa di “Uber”. Come conciliare new economy e diritti dei lavoratori?

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La protesta dei taxi: non solo colpa di “Uber”. Come conciliare new economy e diritti dei lavoratori?

taxi protestaNonostante gli scioperi e le proteste lavorative nel nostro Paese siano piuttosto frequenti, nei giorni scorsi i media nazionali si sono concentrati sulla manifestazione che i tassisti di tutta Italia hanno organizzato a Roma. La protesta dei taxi, alla fine, è sfociata nella violenza: le immagini del corteo fuori dalla sede del Partito Democratico, e soprattutto quelle che ritraevano alcuni manifestanti fare il saluto fascista o abbandonarsi a comportamenti violenti, sono rimbalzate in tutti i TG.

A parte le considerazioni sulle pecore nere, se non i disturbatori professionisti immancabilmente presenti, in situazioni di questo tipo, bisogna chiedersi il motivo di questa che effettivamente è stata un’imponente e decisa presa di posizione di un intero settore lavorativo. Anche ascoltando le interviste ai diretti interessati, pare che il problema principale sia una app, Uber, la quale permette di effettuare servizi analoghi a quelli dei taxi che però non comportano una forza lavoro esperta e dotata di particolari licenze, bensì semplici privati disposti a dare passaggi.
Chiaramente, la concorrenza di un’impresa del genere risulta sleale nei confronti dei lavoratori che hanno pagato per anni la licenza.

Purtroppo, però, il problema non dipende solo da nuove trovate tecnologiche, ma da una legge formulata ben prima che si inventassero e si diffondessero gli smartphones.

Correva l’anno 1992 ed erano altre le preoccupazioni dei guidatori di taxi: quello degli NCC, ovvero il noleggio auto con conducente.
La legge in questione avrebbe avuto il compito di circoscrivere questa tendenza. Il problema fu che le norme approvate 25 anni fa, oltre che imporre l’obbligo di mettere un adesivo visibile con la sigla del noleggio auto avevano la seguente precisazione:

il servizio di noleggio con conducente si rivolge all’utenza specifica che avanza, presso la sede del vettore, apposita richiesta per una determinata prestazione.

Sembrerà forse un po’ fuori luogo citare Calvino, ma questo non è altro che un vistoso esempio di antilingua, e non a caso questo punto generò parecchia confusione. Ulteriore caos verrà aggiunto con il tentativo fatto da parte del governo Berlusconi nel 2009 di limitare l’azione degli NCC, prescrivendo che, alla fine di ogni viaggio pagato, essi dovessero sempre ritornare in una rimessa situata per forza nel comune di appartenenza.

Chiaramente questo tentativo non sortì alcun effetto, poiché nessuno poteva controllarne l’applicazione. Inoltre, l’Europa lo condannò in quanto avrebbe indubbiamente fatto aumentare le polveri sottili nelle città. Indubitabilmente i problemi normativi  riscontrati con gli NCC si sono trasposti poi con questa nuova forma di trasporto indipendente. Sebbene sia una questione che si trascina da tempo, sarebbe comunque sbagliato non attribuire alle nuove tecnologie per lo meno la responsabilità involontaria di aver reso il quadro ancora più intricato.

Forse la nuova frontiera delle lotte sindacali, infatti, si dovrebbe occupare di conciliare la cosiddetta new economy e i diritti dei lavoratori: in questo senso, il caso Foodora di qualche mese fa risulta emblematico.

taxi protestaQui dovrebbe intervenire la sinistra per ricostruirsi un’immagine credibile, e infatti il governo si è timidamente attivato: si spera che il tavolo indetto dal ministro Delrio non cada nel vuoto e risolva un problema annoso andando incontro ai lavoratori. Già dall’annuncio della composizione dei rappresentanti che devono confrontarsi per una regolamentazione comune. Però, qualcosa non va: infatti, come è stato annunciato dal ministro stesso, mancherà all’appello proprio la delegazione di Uber.

Sebbene questo sembri andare nell’interesse di chi protesta, allo stesso tempo può anche sembrare una fuga dal problema: quella delle app, infatti, è una realtà con cui inevitabilmente dobbiamo confrontarci e per risolvere in modo costruttivo i conflitti servirebbe anche il suo contributo. L’importante forse è proprio non perdere di vista il fatto che non si tratta della lotta tra il vecchio lavoro tradizionale e il nuovo capitalismo incombente, ma di una situazione di disagio che va, con mezzi giuridici, pacificata accordando il più possibile le due parti. La speranza è che la sinistra questo lo capisca in fretta e ne faccia uno dei suoi cavalli di battaglia in vista anche di inevitabili, più che possibili, contrasti futuri.

Daniele Rigamonti per MIfacciodiCultura

 

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