Il visionario “burattinaio” del fumetto all’italiana: Antonio Rubino

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Il visionario “burattinaio” del fumetto all’italiana: Antonio Rubino

Simile egli stesso a un suo disegno, così alto, magro e con gli occhi che lanciano lampi, Antonio Rubino (Sanremo, 15 maggio 1880 – Bajardo, 1° luglio 1964) ci fa pensare a un fabbricante di giocattoli, a un personaggio di Dickens o di Hoffmann, parente quasi di quel Geppetto disegnato da Disney.

«Il suo mondo ha la perfetta angustia, la ristrettezza netta delle favole, dove non c’è più vita ma stilizzazione»: così viene descritto nell’introduzione di una delle opere più interessanti riguardanti l’estroso grafico sanremese, La matita di Zucchero di P. Pallotino. Queste poche parole tratteggiano la figura di Antonio Rubino dotato di un talento poliedrico che nel Curriculum ridiculum, nel 1958, prende i caratteri dell’autoironia:

Giornalista per ragazzi, tavolista, autore di libretti e di commedie, decoratore di ambienti, scenografo, attore olemista, regista di disegni animati e persino, nei ristagli di tempo, raccoglitore di olive.

Rubino è profondamente legato alla sua terra, quella Liguria così angusta che stritola e deforma anche le figure, dove il verticalismo è il panorama per eccellenza, «panorama contrasto, un ossimoro paesaggistico».

La sua formazione universitaria avviene Torino dove numerosi furono i contatti con il fervido ambiente culturale piemontese, ma i suoi orientamenti personali lo isolarono dal contesto e lo resero una figura unica ed emblematica, pervaso d’ironia e di capacità d’innovazione nelle scene, non solo disegnate ma anche “viventi” nei suoi libri-giochi da ritagliare.

Rubino, fin dai primi anni si dimostrò poliedrico nella produzione e negli stimoli ad essa connessi che vanno dall’Art Noueau, al Futirismo di Depero, al gusto per il giapponismo e l’orientaleggiante: creò copie esatte delle rane di Hokusai e con buona probabilità fu in possesso di una delle rare copie del manga del grafico orientale Animali, manuale di disegno (1815 – 1830).

Nelle sue prime espressioni risultano chiari degli aspetti significativi come il gusto per il macabro e l’ironia non estranei nemmeno alla sua produzione letteraria. Rubino sperimentò le innumerevoli possibilità della grafica e non mancarono le tempere dai titoli decisamente evocativi: «Le Voci del Mare, Le Pietre Preziose, I Cinque Sensi, Il Rimorso» che coprono un lasso temporale di circa trent’anni. Sul versante più squisitamente pedagogico un progetto pionieristico per i tardi anni Venti fu La scuola dei giocattoli nato dalla necessità di alfabetizzazione e dalla volontà di abbattere le reticenze dei bambini rispetto alla stessa.

Rubino fu l’epigono del fumetto all’italiana che fece la fortuna del Corrierino grazie anche alla presenza di Attilio Mussino e Sergio Tofano: venne creata una nuova modalità, vincente per un trentennio, di presentazione del fumetto e delle novelle illustrate. Nessun baloon (che Rubino considerava addirittura diseducativi) ma riquadri con filastrocche in ottonari in rima baciata. Rubino lavorò per il Corrierino a fasi alterne dal 1908 al 1952, interrompendo il sodalizio nel 1927 per collaborare con  Il Balilla, esperienza che si rivelò fallimentare a causa del suo spiccato anticonformismo, nel 1935 e nel 1938 per dirigere Topolino e Paperino.

Rubino inventò numerosi personaggi per questo ad altri periodici per l’infanzia, tra i più noti: Quadratino, Barbabucco, Polidoro,Abetino, Italino, Coretta e Core, Pino e Pina, Lia e Dado. Questi personaggi non vedranno mai la nascita di una vera e propria “maschera”. Claudio Bertieri a riguardo disse : «i personaggi di Rubino vivono per quel tanto che lo stuzzicano nell’invenzione e nella proposta curiosa […] quando rischiano di diventare una stanca ripetizione , li abbandona senza rimpianti […]».

Presso la raccolta Wolfsoniana di Genova si può visitare la mostra permanente Le stanze della Fantasia dove sono esposti gli arredi che Rubino progettò nel 1924 e che comprendono ii pannelli del Bambino buono e del Bambino cattivo, tessuti, giocattoli. Le opere rappresentano una selezione di ciò che accompagnò l’infanzia e la crescita dei bambini tra le due guerre mondiali.

Nel 1949 Antonio Rubino vinse al Festival del cinema di Venezia con il cortometraggio Nel Paese dei ranocchi, per la prima volta l’Italia produceva un cartone animato a colori. Successivamente, nel 1953, venne prodotto anche L’arco dei Sette Colori.

Si deve a Rubino l’invenzione di una tecnica cinematografica innovativa, la sinalloscopiache vedeva la luce proprio negli anni in cui l’industria cinematografica italiana lavorava ancora prevalentemente in bianco e nero, mentre Walt Disney aveva già a disposizione le potenzialità del colore. Paola Pallottino ebbe la brillante intuizione di accostare ai fotogrammi del film La Strada di Fellini alcuni disegni riguardanti il personaggio rubiniano di Girellino.

Fellini, classe 1921 ammise, in una nota intervista resa alla stessa P.Pallottino, di essere in qualche modo debitore de il Corriere dei Piccoli dei suoi personaggi. Lo stesso Amarcord potrebbe aver risentito delle medesime atmosfere e non ultimo Giulietta degli Spiriti  nel suo decorativismo floreale che rimanda sia al Liberty sia all’illustratore ligure.

Antonio Rubino fu illustratore, creatore di satira e lettertura in bilico tra l’umorismo e il gusto per il macabro, pioniere nella creazione dei cartoni animati, designer di mobili e spazi abitativi, innovatore in ambito pedagogico, musicista e poeta. Forse le nuove generazioni di grafici, ma anche di lettori,  dovrebbero essere edotti circa la produzione sconfinata del “burattinaio” rivierasco.

Valentina Paolino per MIfacciodiCultura

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