La battaglia di Benevento del 1266: il rimpianto di Dante Alighieri

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La battaglia di Benevento del 1266: il rimpianto di Dante Alighieri

Il fatto che gli eventi storici molto frequentemente condizionino il panorama letterario è  risaputo; se poi questi avvenimenti scuotono fortemente niente di meno che Dante Alighieri, forse è proprio il caso di prenderli seriamente in considerazione.
In particolare, l’avvenimento a cui mi sto riferendo è la battaglia di Benevento, combattuta tra le forze guelfe spalleggiate dalla dinastia francese degli Angiò, e dai ghibellini che riconoscevano la loro guida nella dinastia sveva impersonata da Manfredi, il figlio di Federico II. Penso che molti lettori conoscano già l’esito dello scontro, avvenuto nel 1266: la sconfitta dei ghibellini e la morte di Manfredi durante i combattimenti. In ogni città d’Italia i ghibellini vengono cacciati.

Dante aveva solo un anno al tempo, ma la supremazia guelfa condizionò molto la politica del suo tempo. Quale è stata la percezione che il Sommo Poeta ebbe della sconfitta del partito imperiale? Lui, guelfo bianco, stenute sostenire della supremazia dell’imperatore nelle questioni politiche, in cui il Papa non poteva ambire a nessuna ingerenza?

Potremmo partire dal De Monarchia, il trattato in cui Dante ci illustra le sue idee politiche, in particolare sul rapporto tra potere religioso e potere civile. Quest’ultimo doveva essere costituito da un regno che comprendesse tutti i popoli cristiani, un impero universale: si può già da qui capire come, agli occhi del poeta, il 1266 sia l’anno in cui la speranza di realizzare questo disegno si dissolve.
Inoltre, nel trattato veniva criticato fortemente il potere temporale della chiesa, che naturalmente andò rafforzandosi dopo l’anno in questione.

Se pensiamo invece al capolavoro della Commedia, chiaramente il riferimento a Benevento più ovvio viene espresso nel terzo canto del Purgatorio, in cui Dante e Virgilio incontrano proprio Manfredi, descritto menzionando le sue ferite dovute alla battaglia. Il figlio dell’imperatore è posizionato nell’Antipurgatorio in quanto morto scomunicato dalla Chiesa:

Vero è che quale in contumacia more 
di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta, 
star li convien da questa ripa in fore.

III, Purgatorio

(vv.136-138)

Dante, quindi, riconosce con questo verso e con il posizionamento di Manfredi assoluta autorità al potere ecclesiastico in materia di giudizio delle anime, a cui però si contrappone una totale frammentazione delle leggi terrene.

In questo senso, è emblematica la dedica dell’intero canto VI del Paradiso a Giustiniano, non tanto per il suo proseguimento nell’opera di cristianizzazione, ma proprio per il suo contributo a unificare tutti i codici legislativi dell’Impero bizantino.

Chiaramente, Benevento fu una delle cause che rese impossibile fare la stessa cosa in Occidente. Forse, però, quando Dante ripensava a quella battaglia spartiacque vedeva un’altra grande realtà andata in fumo: una corte politicamente rilevante in Italia dove era stato possibile coltivare una forma di letteratura laica e ricercata.

L’angulus di pace e cultura creato dalla corte di Federico II aveva reso possibile la scuola poetica a cui il Sommo Poeta fiorentino guardava con grande ammirazione: quella siciliana.
Possiamo vedere in tutta la vita di Dante un tentativo volto proprio a ricreare un ambiente simile, prima nella partecipazione al gruppo di poeti del Dolce stil novo, poi nella sua dolorosa esperienza di esule, alla ricerca, appunto, di una corte italiana a cui offrire la sua opera. Molto indicativo è il verso iniziale del sonetto “Guido, i’vorrei che tu Lapo ed io”, nel quale il gruppo di artisti e amici è immaginato da Dante trasportato da un unico vasel (vascello) che rappresenta appunto l’ambiente circoscritto dove poter “ragionar sempre d’amore”.

Il vento della fortuna e il condizionale iniziale vorrei testimoniano però come tutto questo sia solo una possibilità sfuggente, resa tale dall’instabilità politica della Penisola che travolgerà successivamente anche il poeta stesso, generata proprio dalla battaglia di Benevento.

L’ossa del corpo mio sarieno ancora
In co del ponte, presso a Benevento,
Sotto la guardia della grave mora.

Or le bagna la pioggia e move il vento
Di fuor dal regno, quasi lungo il Verde,
Dov’ei le trasmutò a lume spento.

(vv. 127 -132)

III, Purgatorio

Daniele Rigamonti per MIfacciodiCultura

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