#KeyWord – Quella trottola letteraria che ci riempie la Vita

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#KeyWord – Quella trottola letteraria che ci riempie la Vita

La domenica, in teoria, è il giorno più adatto per riposarsi, e la lettura può essere una buona attività per rilassarsi, per prendersi una pausa, per riflettere un po’. Questa rubrica domenicale, quindi, può essere d’aiuto per allargare i nostri orizzonti letterari e artistici, a partire da coloro che dell’arte della parola hanno fatto la loro vita. Allora, attraverso #KeyWord andiamo alla ricerca delle parole chiave. E questa domenica presentiamo Sartre e il significato della letteratura.

E poiché i critici mi condannano in nome della letteratura senza mai dire che cosa intendono per letteratura, la risposta migliore sarà esaminare l’arte di scrivere senza pregiudizi. Che cos’è lo scrivere? Perché si scrive? Per chi? In realtà, pare che nessuno se lo sia mai chiesto.

Nel 1947 Jean-Paul Sartre pubblica il saggio estetico Che cos’è la letteratura?.

trottola
Jean-Paul Sartre

Il filosofo si chiede cosa sia la letteratura. La sua riflessione è chiara, eppure ambiziosa e assai ampia, come lo è la letteratura, appunto: un universo che racchiude altri universi. In fondo, anche se non ci pensiamo, la sua domanda è la stessa che ci poniamo anche noi ancora oggi: cosa voglia dire perdersi in un’altra dimensione, non semplicemente parallela. Una dimensione, un orizzonte che ci offre molto di più. Risposte, ma ancor più domande, interrogativi su chi siamo, da dove veniamo, dove vogliamo dirigerci. Così siamo noi lettori, in tutta la nostra personalità, a metterci in gioco in quel patto che l’autore ha voluto creare per noi, insieme a noi. Così entriamo a far parte della narrazione vera e propria per indagare i segreti della letteratura.

Sartre rimarca il concetto secondo cui un conto è operare con i colori, con le forme, con le note e un conto è operare con le parole. E queste ultime vengono definite segni, il cui impero, il cui regno è quello della prosa.

L’oggetto letterario è infatti una strana trottola che esiste quando è in movimento. Per farla nascere occorre un atto concreto che si chiama lettura e dura quanto la lettura può durare.

trottolaCosì l’oggetto letterario lo chiamiamo trottola, come Sartre appunto avrebbe voluto. Mettiamo in movimento il meccanismo che ci porta all’altrove rappresentato dalla pagina fatta d’inchiostro. E questa trottola smetterà di girare soltanto quando noi lo permetteremo, quando decideremo di chiudere il libro e metterlo via perché non ci è piaciuto oppure quando lo assaporeremo fino all’ultima riga, custodendolo nel nostro cuore.

Questa trottola letteraria, anche se non ce ne rendiamo conto o non vogliamo ammetterlo, un po’ ci riempie la vita, quella con la V maiuscola, però. Ci fa arrivare dove non saremmo capaci di arrivare semplicemente da soli. E inevitabilmente ci fa sognare.

Si dice che gli scrittori scrivano romanzi perché probabilmente non sono soddisfatti delle loro letture, ma ciò evidentemente risulta troppo semplicistico. Si scrivono romanzi, evidentemente, per allargare i nostri orizzonti di attesa, e i risultati più soddisfacenti sono quelli, per dirla in una formula alla Fitzgerald, secondo cui «Non si scrive perché si vuole dire qualcosa; si scrive perché si ha qualcosa da dire».

Questa rubrica domenicale, intitolata #KeyWord, nasce perché si rifletta sull’importanza di questa trottola tanto declamata da Sartre, e su tutto quello che essa trasmette. Dunque, a partire dalle prossime uscite saranno affrontati oggetti letterari e artistici, che trovano la loro essenza nella parola in sé, che raccontano di se stessi, in riferimento a una parola, appunto, che definiremo chiave per trattare l’argomento.

Mina cantava «Patrottolarole, parole, parole (soltanto parole, parole tra noi)». E, per quanto ci piaccia la diva della musica italiana e questa canzone, non vogliamo, però, che le nostre parole, le nostre letture, siano soltanto parole che scorrono via, che non ci lasciano nulla, che sono di poca importanza. Perché in letteratura dovrebbe avvenire il contrario, per come ci hanno sempre tramandato i grandi maestri.

Da una parte ci sono la serenità, la fiducia, la fede, la bellezza delle cose terrene, l’umana attitudine all’entusiasmo; dall’altra il buio, la sfiducia, l’incredulità, l’atrocità delle cose terrene, l’umana attitudine al male. Quando scrivo, è vera la prima parte; quando non scrivo, la seconda. Devo dunque scrivere per salvarmi dallo sfacelo. Non molto filosofico come asserto, ma comprovato dall’esperienza.

Un’ultima citazione, questa, da Il cagnolino lungo la strada di Miłosz, pubblicato nel 1998, per augurarvi buon viaggio, allora, alla scoperta della parola letteraria, senza la quale molti di noi non potrebbero fare a meno, grazie alla sua intensità e alla sua incisività capace di legare passato, presente e futuro. E capace, quindi, di salvarci dallo sfacelo, pronta a regalarci la freschezza e la bellezza della vita quando ne abbiamo più bisogno.

Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

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