L’anima pulsante di Mark Rothko

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L’anima pulsante di Mark Rothko

markrothkoTrovarsi davanti ad un’opera di Mark Rothko (Markus Rotkowičs, Daugavpils, 25 settembre 1903 – New York, 25 febbraio 1970) significa trovarsi dentro un’anima. Trasmette una sensazione fortissima, quella di esplorare un terreno sacro dominato dalla bellezza, dal puro invisibile e spirituale. Le grandi tele rettangolari immergono lo spettatore dentro un’anima pulsante, che si mostra tra le pennellate. Pare di entrare nel cuore stesso di Mark Rothko.

Nato agli inizi del Novecento, quarto figlio di una famiglia ebrea costretta ad abbandonare la Lettonia per raggiungere gli Stati Uniti, l’artista impara tutto da solo e si avvicina all’arte figurativa visitando le sale del Metropolitan Museum of Art di New York.
Le tele che dipinge per vent’anni, con una certa ossessione, hanno tutte una grande dimensione e sono prive di qualsiasi forma pittorica. Queste anticipano la drammatica crisi che lo porterà alla morte suicida, nel 1970.

8b6cd8a98c2acbe99347acd042105ff4Rothko si affida unicamente al colore, in grado di suscitare forti emozioni, ma non ci sono più i toni primari del giallo, dell’arancio e del rosso. Le opere sono giocate tutte su toni scuri, profondi dove nero e grigio indicano l’assenza di speranza. Perché fu questa la causa della sua depressione. Il fallimento. La disillusione.
La linea marcata che nelle sue ultime opere divide le due bande di colori, indica un distacco con la produzione precedente, ma soprattutto con la sua vita passata. Un distacco preso da tutta la generazione di artisti a lui contemporanei, gli espressionisti astratti degli anni Sessanta. Quando gli presentarono Andy Warhol, Mark girò le spalle e se ne andò via.

Rothko mette tutte le sue delusioni, sensazioni, tutta la sua anima nelle sue enormi tele. Fa tutto per coinvolgere lo spettatore, per renderlo parte dell’opera e per instaurare questo contatto vibrante di sensazioni che si generano. Una relazione reciproca di affetti, un’avventura dello spirito.

Rothko-ChapelSiamo all’interno della Rothko Chapel a Houston. Sembra di stare in un santuario dedicato all’artista, non solo in un luogo d’esposizione delle sue opere. C’è molto di più. Siamo dentro la sua anima, che brulica e pulsa di spiritualità. La luce, entra dall’alto dal tetto ribassato, colpisce le superfici delle tele e ne modifica il colore, l’intensità, la sensazione. Le opere ci appaiono diverse ogni volta che vi entriamo. Vive e costituite di sensazioni più che di forme. Le pareti ottagonali invitano lo sguardo a muoversi, a percorrere tutto lo spazio circolare senza ostacoli. Alcuni spettatori piangono davanti le sue opere o collassano.
L’artista ne è consapevole ed è felice. Perché comunica la stessa esperienza religiosa che ha provato quando li ha dipinti.
Per il critico Grokest i grandi teleri sono enormi tombe, fosse comuni all’interno di una cappella ecumenica, senza religione ma piena di spiritualità. La cappella è una filo rosso che lega l’artista e le sue ultime opere. Subito dopo, avvenne infatti, il tragico suicidio dell’artista nel suo atelier. Le opere dai toni scuri così diventano prefigurazione della morte, del suicidio. Sul cavalletto l’artista lasciò la sua ultima opera, fatta di un rosso pompeiano, il colore dell’inferno.

Alejandra Schettino per MIfacciodiCultura

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