#TravelConnection – L’Havana: stracci d’anima

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C’è musica all’Havana.

C’è musica ovunque, anche di notte, anche quando il Malecòn si svuota e tutte le persone che si trovano, lì, sul lungo mare, spostano il loro far festa nei locali, altrove.

C’è musica anche nell’assoluto silenzio.

È un ritmo, qualcosa che abita negli sguardi delle persone, che batte il tempo sotto le pietre, che si respira nell’aria, qualcosa che ricorda il fascino profondo che contraddistingue il risultato della mescolanza.

Mescolanza di vita e sofferenze, radici strette che si intrecciano da lontano, orgoglio e lacrime.

L’Havana non ha molte cose, L’Havana è molte cose.

A volte si lascia accarezzare, altre va sbirciata dal buco della serratura.

L’Havana è camminare tra le pagine dei libri e le locandine dei film che hanno fatto la storia di Cuba, attraversando il mercato di Plaza de Armas e scoprire che ogni pagina, ogni impercettibile dettaglio, racconta una storia che non smetteresti di ascoltare.

È entrare per caso in stanze ampie ad ascoltare una suonatrice d’arpa con un gatto ai piedi, circondata da quadri in mostra.

È il venditore si churros  che strilla nel megafono che tiene con la mano destra, ancora unta di olio di frittura e che con la sinistra brandisce il biscotto che cola olio sul suo polso e lo porta alla bocca per incentivare la vendita.

L’Havana è un teatro di burattini al centro della piazza e bambini a gambe incrociate e bocche aperte per la meraviglia.

È ballare in mezzo alla strada senza che nessuno abbia da ridire.

È nessuno al cellulare, niente wifi, niente connessione, nessuna totale reperibilità. Solo in alcuni punti sporadici ci si imbatte in capannelli di teste chine sugli schermi, con l’avidità di chi ha il tempo contato. Lì c’è un inaspettato quanto instabile wi-fi gratis.

L’Havana è essere chiamate da ragazzini che mandano baci soffiati in tua direzione attraverso una porta aperta, con la camicia sbottonata, sperando nella tua compiacenza, sperando nel contenuto del tuo portafoglio.

È un mojito perfetto alle Bodeguita del Medio circondata da turisti, immaginando, però, di berlo con Hemingway.

È carni macellate appese alle vetrine senza vetri di macellerie improvvisate.

È salire su una Chevrolet rattoppata e fare il giro della città  e incontrare carri pieni di frutta trainati a braccia tra le vie del centro più verace.

È girare sola nel pieno della notte senza il minimo timore, sapendo che, purtroppo, è la paura altrui che ti permette di farlo in modo così spensierato.

L’Havana è infilarsi nel quartiere della Santeria cubana, una religione che sa di santi cattolici e divinità africane. Entrare nel portone di una casa senza finestre, trovarsi seduta di fianco a una cocorita, farsi leggere i pensieri da un santero, farsi mettere al collo collane piene di colori.

È incantarsi di fronte ai cortili aperti, fermarsi per fare una foto, essere presa per mano, accompagnata oltre la porta.

L’Havana ha la voce delle sirene.

Ti chiama e non ti lascia andar via.

Non credo abbiano inventato parole che sappiano descriverla e se ci sono io non so trovarle, forse il detto ”rimanere senza parole” arriva da lì.

Solo le sensazioni, raccontate come un sogno al risveglio, si avvicinano alla sua essenza.

Me ne vado da lei senza darle le spalle, come lasciando una Chiesa.

Ciao Havana, hasta pronto.

Gloria Sacchi per MIfacciodiCultura

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