L’Umana Commedia – Il peccato di chi non sceglie: gli Ignavi

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L’Umana Commedia – Il peccato di chi non sceglie: gli Ignavi

Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.

Gli occhi di chi ha letto la Commedia, insieme a quelli di Dante, hanno attraversato le atrocità dell’Inferno in tutti i suoi gironi e hanno osservato le pene inflitte a chi si è macchiato dei peggiori peccati. La lussuria, la sodomia, il tradimento.

Ma prima di camminare tra chi ha scelto di fare o farsi del male, il Poeta incontra chi, nella vita, non ha mai scelto, mai voluto, mai fatto. Gli ignavi, i primi dannati che incontra nel suo cammino, sono anime indegne tanto delle pene dell’Inferno quanto delle gioie del Paradiso: non avendo mai preso una posizione, non hanno mai fatto né azioni buoni né tanto meno quelle cattive nella loro vita. Per questo motivo, quindi, Dante li pone all’Antinferno, tra il fiume Acheronte e la porta del mondo degli Inferi.

Gli ignavi, comunque, non sono risparmiati dal contrappasso: per un uomo come Dante, così accorato nelle questioni soprattutto politiche, chi non ha scelto in vita è come se non avesse vissuto mai. Anche se non sono posizionati nei gironi infernali, il poeta non riserva loro certo un trattamento migliore di quello degli altri dannati, tutt’altro.

Qui, nel III canto, tra gli uomini «sanza ‘nfamia e sanza lodo», incontra un personaggio del suo tempo: Celestino V. Il pontefice è condannato per contrappasso a correre nudo per l’eternità insieme ai suoi compagni, tormentato da vespe, mosconi e vermi, inseguendo una insegna,  una bandiera, senza posa. Questa pena umiliante unisce tutti coloro «che mai non fur vivi» compreso Pietro Angelerio, eletto 192° Papa nel 1294. Il conclave per la sua elezione durò quasi due anni e una volta incoronato con il nome di Celestino V, l’ex eremita, si rese conto di non essere adatto al suo ruolo e per questo decide di abdicare al suo ruolo dopo circa tre mesi. La scelta ebbe un impatto enorme sulla comunità, sulla chiesa e sullo stato.
Pochissimi giorni dopo le sue dimissioni il conclave fu riunito a Napoli in Castel Nuovo e qui elesse il nuovo papa nella persona del cardinal Benedetto Caetani. Aveva 64 anni circa ed assunse il nome di Bonifacio VIII. Un nome che diventerà molto famoso nella storia, soprattutto attraverso la voce di Dante.
La figura di Celestino V sembra sbiadire dietro l’ombra ingombrante del suo successore, spietato e ingiusto, tanto grande quanto pericoloso.

Celestino V

In molti sostengono che l’orribile pena che il Sommo Poeta infligge all’ignavo sia in realtà tutta rivolta alla mancanza di coraggio del singolo che ha poi portato a un dramma per molti: l’elezione di Bonifacio VIII, grande nemico di Dante. Come sempre all’interno della Divina Commedia infatti bisogna cercare di leggere le citazioni e gli incontri cercando di districarsi tra il livello analogico, quello allegorico e quello morale.

Il pontefice a cui è inflitta questa pena diventa simbolo di un non-peccato dai risvolti gravissimi che si inserisce in un canto fatto di paure divise tra la porta infernale e l’Acheronte. L’incapacità di decidere, è comunque una decisione, sembra suggerirci il Dante personaggio, che camminando tra i peggiori peccatori si ferma a un passo dall’ingresso dell’Inferno e medita su chi pur di non vivere ha scelto di morire anticipatamente. Un tratto che sarà poi ripreso in tutta la storia della letteratura e che compare nella nostra quotidianità più di trecento anni dopo.

Il più celebre tra gli ignavi è sicuramente quel celebre vaso di terracotta costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro: il Don Abbondio dei Promessi Sposi. Chi più di lui vive per interesse senza scegliere mai, adeguandosi al facile più che al giusto?

Non è poi cambiato molto da quella schiera di uomini nudi che inseguono una bandiera senza stemma, così tanti e così poveri di spirito. Nel mondo odierno si sono persi anche molti valori di riferimento e, perciò, l’ignavia sta trovando terreno ancor più fertile. La gente cerca il compromesso, vive di egoismo, di guadagno.
Se Ulisse peccherà di presunzione e di curiosità malsana bruciando nel suo desiderio, agli ignavi è riservato un destino senza nome e senza senso, ben peggiore di quello dell’eroe epico.

Ieri come oggi, i peccati sono molti, ma non scegliere resta il peggiore di tutti. Uomini che non cercano nemmeno la loro passione, camminando sulla facile strada del guadagno, politici che saltellano tra i partiti politici come nel gioco della campana, giovani svogliati sul divano della rassegnazione. Lì si può vedere tutti passeggiare sulla via delle scelte non prese, in una immagine non così diversa da quella che raccontò Dante.

Celestino V nei secoli si è quindi fatto perfetta metafora di un peccato fatto di persone normali, di sbadigli senza sogni, di opportunismo. Il peccato di chi non sa nemmeno di peccare, il peccato di chi non è.

Giulia Toninelli per MIfacciodiCultura

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