Intervista a Antonio Fomez: pittore arrabbiato e brillante di traverso al Novecento

Intervista a Antonio Fomez: pittore arrabbiato e brillante di traverso al Novecento

Perché Fomez fa ritratti
di sapienti e bacalari
incollati pari pari
sugli ambigui manufatti
dei pittori di maniera

Così Umberto Eco scanzonatamente traccia la figura di Antonio Fomez, pittore eclettico e trasversale a diversi stili e diverse correnti, critico sempre e attento pensatore della realtà presente, passata e futura. Nato a Portici (Napoli) nel 1937, vede il Novecento da osservatori differenti, toccando la pittura futurista, informale e nucleare ed è stato tra i primissimi in Italia a usare il linguaggio della Pop Art. A Milano respira i subbugli che infiammavano l’Italia e l’Oltralpe negli anni Sessanta e Settanta. Abbiamo incontrato l’artista per saperne di più sulla sua lunga carriera artistica.

Invito al consumo

Maestro, nelle sue opere lei c’è, come altri artisti del passato che giocavano a fare le comparse nei loro quadri. Qual è il significato e la motivazione di questa scelta? Lei è un omino costantemente incazzato, si dice che fa una critica semiseria al politico. Siamo negli anni sessanta, e l’arte pop se la prende con la società consumistica. Con chi o con cosa ce l’aveva lei in particolare?

Nei quadri che realizzo nel 1963/64, primo anno di questa nuova avventura pop, compare  sempre una sorta di paesaggio cancellato che esce da una finestra, mentre in primo piano c’è un omino che talvolta si trasforma in un  politico che da un palco  promette case e lavoro. Invece nelle opere del ’65 si arrabbia (sarà l’autore?) e, mostrando una bandiera nazionalista, protesta disgustato dalla pubblicità imperante. I politici di allora promettevano case e lavoro, durante i loro comizi elettorali o in privato, per guadagnare voti. Oggi taluni politici lusingano ancora, mirando però a ben altro…

E un’arte pop oggi sarebbe possibile? Sarebbe ancora un buon canale per veicolare la critica? Quale critica oggi e verso chi? Quale allora in Italia rispetto all’America?

L’arte, la critica ed il mercato dell’arte talvolta s’incontrano, ma quasi sempre il  percorso scelto dagli artisti è più complesso e autonomo, anche se  spesso risulta incomprensibile o discordante da quello vigente delle mode.

Per un’Europa unita

Nel suo articolo Italia Pop. L’Arte negli anni del boom sostiene che il suo “pop” abbia un impatto diverso rispetto a quello americano e inglese, più sociologico. Potrebbe esplicitare questo concetto?

Nella pop americana Warhol rappresenta la ripetizione oggettiva e ossessiva, ad esempio della Coca Cola, come simbolo del consumismo. La mia pop art è intenzionalmente più sociologica, ovvero la scelta del linguaggio delle immagini, tipico della società dei consumi, è più didattica o di mera documentazione dei prodotti di quei periodi, che accosto ad altri, spesso casualmente, con un’aggiunta di un pizzico di veleno.

Sempre nello stesso suo articolo poi, fa riferimento al diverso utilizzo che lei e Roy Lichtenstein fate del fumetto. Potrebbe riprendere il discorso chiarendo in che senso lei dice di rispedire le icone dei media ironicamente al produttore?

Giacché i prodotti che i media pubblicizzano vengono imposti sul mercato, mi ha sempre divertito decontestualizzare quelle icone, rispedendole brutalmente al mittente, ossia ai produttori industriali che le avevano commercializzate. L’intenzione di Lichtenstein è invece quella di costruire un quadro con un semplice ingrandimento, magari di un solo fotogramma o dettaglio di fumetto.

Domanda classica ma sempre importante: con riferimento alla sua produzione di quegli anni, distinguerebbe un’opera particolarmente significativa e rappresentativa del periodo? Un’opera a lei più cara?

Polito e case a Paestum

Ce n’è più di una, ma Invito al consumo (o del bambino che mangia la pappa), 1964/65, è stata molto apprezzata alla mostra Italia Pop, dopo che tutta la stampa ha scritto e pubblicato il quadro.

Già dal suo articolo emerge la sua posizione nei confronti del sistema dell’arte dell’epoca attuale. Cosa ci può dire in merito? Come ha vissuto e come è da vivere il rapporto dell’artista con le gallerie, i musei, i collezionisti, i critici?

Sul sistema dell’arte attuale, Il  critico d’arte francese Jean Clair ha scritto un interessante articolo dove afferma: «Come il mercato dell’arte, fondato da sempre sul lungo termine, abbia potuto incrociare il mercato della finanza fondato sul brevissimo termine, al punto da fondersi con esso, qui sta l’enigma dell’arte contemporanea». Sulla scia di tale concetto, non è difficile dimostrare che quei profeti  che vendono i loro manufatti a prezzi sbalorditivi, pur non essendo Padri del contemporaneo perché non hanno creato nulla, trasferiscono le loro energie alla ricerca del successo, passando dalla ricchezza alla truffa, come da più parti si sente dire. Senza però dimenticare che il loro ingresso nell’arte contemporanea è annunciato con squilli di tromba e di pifferi dai media e dal loro seguito, come fautori del nuovo, nel panorama variegato dell’arte d’oggi; niente di più falso perché il loro lavoro è semplicemente obsoleto. Si pensi al clamoroso Orinatoio di Duchamp del 1917,  alla Merda d’artista di Manzoni degli anni ’60, al laboratorio di serialità di Warhol e ai tagli infiniti di Fontana, commercializzati in seguito con multipli e repliche vendute a peso d’oro. Dei primi due non credo che si tratti di grandi artisti ma di geniali intellettuali, mentre i secondi sono diventati una fabbrica di denaro.

Fomez66

Cosa consiglia alle nuove generazioni di artisti? «Il pericolo di essere ancora ai margini è all’angolo»: non c’è mai pace e stabilità per un artista?

I giovani non hanno bisogno dei miei consigli  e sono molto più concreti  dello scrivente. Infatti, oggi, nei vari settori dell’Arte, non è più una sorpresa che le giovani leve della pittura e della critica d’arte rivolgano i loro interessi più alle opportunità pragmatiche che alla conoscenza e alla ricerca storica del lavoro svolto dalle generazioni precedenti. Non è pertanto un caso che qualche studente d’Accademia di Belle Arti, invece di produrre lavori e studiare, miri subito alla ricerca di un mercante o di una galleria d’arte, per approdare presto ad un’esposizione importante che mostri una sua performance o allestimento  che sia, com’è ora di moda. Ha ragione non c’è mai pace per un artista.

Francesca Leali per MIfacciodiCultura

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By on febbraio 24th, 2017 in Articoli Recenti, Interviews, Visual & Performing ARTs

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