Fedez, ultima vittima delle fake news: un problema reale di una società troppo social

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Fedez, ultima vittima delle fake news: un problema reale di una società troppo social

Fedez
Fedez

Le fake news sono ormai all’ordine del giorno per chi naviga sul Web e, in particolar modo, per chi è iscritto sui social. L’ultimo caso, in cui sarebbero circolate in Rete delle bufale è quello che ha visto come protagonista Fedez, il quale si è visto accusare da una lettera apparsa sulla rubrica Invece Concita, che Concita De Gregorio tiene per Repubblica. L’epistola in questione recita questo:

Vengo subito al punto: lunedì sera (6 febbraio 2017 ndr.) in un centro commerciale Fedez e J-Ax promuovevano il loro cd (dal dubbio titolo e  contenuto.. Comunismo e Rolex). Dopo 2 ore e più di coda un bambino di 10 anni ha presentato il suo diario affinchè Fedez gli facesse un autografo (tra l’altro il giorno dopo i compagni lo aspettavano col trofeo…) e l’ignobile Fedez (sono un po’ dura ma ho ancora il cuore stretto) gli ha detto che non gli avrebbe fatto l’autografo perchè lui firmava solo i cd acquistati! E non glielo ha fatto, facendo piangere il bambino piuttosto disperatamente! Tra l’altro il cd lo aveva acquistato il cuginetto e lo avrebbero poi ascoltato insieme. A nulla sono valse le proteste del papà del bimbo, che è stato allontanato dalla sicurezza insieme al bimbo.. Fedez è stato irremovibile.

A questa accusa e ad altre apparse, come la falsa notizia che vedeva Fedez e J-ax trovati in possesso di cocaina, il rapper ha risposto tramite un video sulla sua pagina Facebook, nel quale punta il dito contro i cosiddetti giornalai, accusati di voler solo guadagnare denaro, aumentando i click della propria pagina. Fedez spiega, inoltre, come non sia possibile ciò che è successo per una semplice ragione: per arrivare al tavolo e farsi firmare il cd bisogna superare un filtro, visto che nei firma-copia è necessario essere in possesso di una copia del cd. Non sarebbe possibile nemmeno arrivare a mettersi in fila senza un CD. Se il bambino non era in possesso di una copia non sarebbe stato mai fatto passare, ma la colpa qui non è di Fedez o di un suo rifiuto. Questo non esclude che Fedez non gradisca firmare anche cartelloni, poster, ecc.., come da lui mostrato nel video, visto che era stato anche accusato di non firmare altro se non i CD ai fans.

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Comunisti col Rolex – La copertina dell’album di Fedez e J. Ax

Ciò che impressiona è come la notizia si sia diffusa velocemente sul web, comparendo anche su testate autorevoli come Il Fatto Quotidiano, oltreché su siti minori. Sebbene Repubblica abbia risposto che è loro premura verificare sempre le  fonti, telefonando e compiendo gli accertamenti adeguati, vòlti a smascherare le viarie truffe, il problema delle fake news resta ed è di primo piano.

Il caso più noto di bufale è quello scoppiato in America, successivamente alle elezioni dell’attuale presidente Trump. Sono stati accusati i vari aocial network, in primis Facebook, di aver proposto ai propri utenti delle notizie profilate, cioè ognuna adatta al profilo dell’utente stesso, calcolata dall’algoritmo in base alle preferenze individuali. Questo meccanismo, presente anche su altre piattaforme, come Google, fanno sì che ognuno di noi abbia una realtà su misura, con ciò che gradiamo in primo piano. Sono stati fatti vari esperimenti con e sugli algoritmi. Ne citerò uno: un chatbot di Microsoft è stata creato per discutere con i “Millennials” ( coloro che sono nati dal 2000 in poi):  l’algoritmo è stato creato per riprodurre il linguaggio utilizzato dagli utenti con cui entrava in contatto. 24 ore dopo, lasciato a se stesso nel profondo web, il chatbot era diventato un nazista, anti-femminista e “supporter” dei genocidi.

Mark Zuckerberg, recentemente, ha auspicato una maggiore unione globale, convinto che solo in essa sia possibile il futuro dell’umanità, dicendo di contare moltissimo sugli algoritmi e sul loro funzionamento: infatti, è interesse della sua compagnia quello di lavorare efficientemente su questi ultimi, per svilupparli al massimo delle loro potenzialità. Assicura che si lavorerà affinché si rispetti la libertà di opinione e i mores di ogni nazione, poiché ogni censura applicata dalla Media Company deve essere rispettosa della morale vigente nel paese in cui si operano tali censure.

Però, come dimostrato da Repubblica nel dicembre 2016, quello delle fake news è un vero giro di affari: vi sarebbe una vera e propria compagnia, la Edinet, che gestisce dei siti-bufala. Tra questi siti  vi sono Libero Giornale, Gazzettadellasera.com  oppure Ilfattoquotidaino.com.

La strategia per attirare click è quella di ricalcare il nome di alcune importanti testate, in maniera tale che il lettore distratto non si accorga che la fonte non è quella originale. È stato dimostrato come la compagnia, facente riferimento a un italiano, abbia la sede legale in Bulgaria e filiali sparse in tutta Europa. Insomma, anche le informazioni false sono un business. Ma a rimetterci possono essere solo i cittadini. Difatti, sempre di più ci troviamo di fronte a diversi schieramenti, ognuno dei quali rivendica per sé la veridicità dell’informazione, ma questo non solo in ambito politico, ma anche in quello scientifico ( oprattutto su notizie di carattere medico, in particolare sul tema del cancro e dell’utilizzo di alimenti alternativi per stare bene) e di cronaca. La mala informazione che ne deriva può suscitare reazioni incontrollate, che potrebbero influire anche sulla vita offline, portandoci a scelte scriteriate. Infatti, spesso, a fare le spese di queste bufale sono soprattutto stranieri, politici contro cui si va a creare un odio, parola assai forte ma ultimamente ben radicata in molti di noi, che alimenta quelle derive ultra-nazionaliste e xenofobe che hanno il loro punto di riferimento in Trump.

Il Web, dunque, richiede disciplina, voglia di appurare le fonti e capacità di discernimento: proprio perché in esso ci è data la massima ricchezza di libertà, sta a noi utilizzare correttamente il libero arbitrio concessoci, su di noi cade la responsabilità delle nostre scelte ma anche di quelle altrui.

Non a caso, il termine  Post-Truth è stata eletto parola del 2016 dall’Oxford Dictionaries: perché in noi non vi è più la tenacia di cercare la verità, siamo figli di uno scetticismo radicale e radicato, che cede ai sentimenti e alle emozioni: la ricerca della verità è un lavoro lungo, logorante che però è altrettanto necessario e non può cedere di fronte ai sentimenti, perché  non ci permettono di capire davvero a fondo la difficile realtà che ci circonda.

Edoardo Poli per MIfacciodiCultura

 

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