Michelangelo e Sebastiano Del Piombo in mostra alla National Gallery

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Michelangelo e Sebastiano Del Piombo in mostra alla National Gallery

Sebastiano Del Piombo, La Pietà (1516), olio su tavola, Museo civico di Viterbo

Michelangelo e Sebastiano. Un Incontro di Idee è il titolo della mostra omaggio a Michelangelo Buonarroti e a Sebastiano Del Piombo che si terrà presso la National Gallery di Londra dal 15 marzo al 25 giugno. Esploriamo, dunque, i retroscena che legarono questi due artisti della nostra tradizione italiana, sulla cui collaborazione artistica è incentrata la mostra londinese.

Nella Firenze di Cosimo de’ Medici uscirono nel 1550 le Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architetti di Giorgio Vasari, ritenuto da molti il primo esempio di moderna letteratura artistica. Egli fece ricondurre i natali dell’arte del suo tempo, definita «quella terza maniera, che noi vogliamo chiamare la moderna», alla Toscana medicea di Leonardo da Vinci (Vinci 1452 – Amboise 1519) con «la sua gagliardezza e bravezza del disegno» e alla Venezia dogale di Giorgione (Castelfranco Veneto 1477 ca. – 1510) che «sfumò le sue pitture e dette una terribil movenza alle sue cose, per una certa oscurità di ombre bene intese».

Sedotti dalla ricchezza di Roma che dai tempi di Sisto IV della Rovere chiamava a lavorare per la corte papale i più grandi artisti dell’epoca, si incontrarono nel 1511 la scuola del disegno toscana, il cui massimo esponente era il “divino” Michelangelo Buonarroti (Caprese 1475 – Roma 1564), e la scuola del colore veneziana, con Sebastiano Luciani, detto del Piombo dopo aver ottenuto la carica di piombatore pontificio nel 1531 (Venezia 1485 ca. – Roma 1547).

Formatosi a Venezia prima alla bottega del vecchio Giovanni Bellini (ante 1459 – Venezia 1516) e poi, forse, di Giorgione da cui apprese «un modo di colorire assai morbido», Sebastiano fu invitato a Roma dal ricchissimo banchiere papale e fine mecenate senese Agostino Chigi. Questi voleva lavorasse assieme al “graziosissimo” Raffaello Sanzio (Urbino 1483 – Roma 1520) alla loggia del suo palazzo suburbano la Villa Farnesina (sede di rappresentanza dell’Accademia dei Lincei).

Mentre Raffaello dipingeva la Galatea, come richiesto dal Chigi, Sebastiano lavorava al Polifemo, ultimato nel gennaio 1512, e a nove lunette con storie tratte dalle Metamorfosi del poeta latino Ovidio. Dopo la Galatea e le Stanze Vaticane (cominciate nel 1508 e terminate dai sui allievi nel 1524), le opere di Raffaello cominciavano ad essere ritenute «secondo l’ordine della pittura, più che quelle di Michelagnolo, vaghe di colorito, belle d’invenzioni e d’arie più vezzose e di corrispondente disegno», dove quelle di Michelangelo «non avevano dal disegno in fuori niuna di queste parti».

Sebastiano Del Piombo, La Fornarina (1512), olio su tela, Galleria degli Uffizi, Firenze

Effettivamente, la munificente volta della Cappella Sistina, alla quale si dedicò tra il 1508 e il 1512, è il trionfo del tratto, di conseguenza non erano a sproposito i giudizi che volevano che Raffaello «nel colorito […] lo passasse». Fu così che il permaloso toscano, che sapeva che a Roma gli oli di Sebastiano erano tenuti «in grandissimo conto» ed egli stesso di questi «molto gli piaceva il colorito e la grazia», strinse amicizia con il veneziano, pensando che «se egli usasse l’aiuto del disegno in Sebastiano, si potrebbe con questo mezzo, senza che egli operasse, battere coloro che avevano sì fatta openione, et egli sotto ombra di terzo giudicare quale di loro fusse meglio». Questo loro rapporto amicale e collaborativo durò per i venticinque anni seguenti.

La prima collaborazione tra i due fu per la cappella di Giovanni Botonti, chierico della Camera Apostolica, in San Francesco di Viterbo, La Pietà: un perfetto e innegabile connubio tra il tenebrismo del notturno di Sebastiano e la scultorea e virile tonicità muscolare del disegno di Michelangelo. Appartenevano a quest’ultimo, secondo Vasari, sia la composizione sia il cartone preparatorio (ora scomparso).

Cominciarono così per Sebastiano le commissioni di ritratti da parte di personaggi legati alla Curia e ritratti muliebri, in cui è evidente l’influenza plastica del disegno del Buonarroti. Con il «favor di Michelagnolo» e su suo piccolo disegno, ottenne nel 1516 la commissione dell’intera decorazione della cappella nella chiesa romana di S. Pietro in Montorio da parte del mercante fiorentino Pier Francesco Borgherini. Scrisse Vasari «e quando Sebastiano non avesse fatto altra opera che questa, per lei sola meriterebbe esser lodato in eterno».

Sebastiano Del Piombo, Resurrezione di Lazzaro (1516 – 20), National Gallery di Londra

Tra il 1516 e il 1517 il futuro papa Clemente VII Medici commissionò a Sebastiano la pala d’altare Resurrezione di Lazzaro da mandare alla Cattedrale di Narbonne in Francia, all’epoca sua diocesi cardinalizia, «quasi a concorrenza» con l’incredibile Trasfigurazione di Cristo, commissionata all’oberato di lavoro Raffaello per la stessa destinazione.

«Sotto ordine e disegno in alcune parti di Michelagnolo» Sebastiano realizzò una tavola pregevole, di cui il veneziano scrisse all’amico il 12 aprile 1520 di non essersi vergognato una volta messa a confronto con quella di Raffaello che «di sua mano, continuamente lavorando, (la) ridusse ad ultima perfezzione». Questo “scontro artistico” fu vinto a mani basse dal Sanzio: la sua Trasfigurazione rimase a Roma, mentre la Resurrezione, «universalmente» lodata, fu spedita in Francia.

Dopo la morte improvvisa di Raffaello «il primo luogo nell’arte della pittura» fu concesso «universalmente da ognuno a Sebastiano, mediante il favore di Michelagnolo». Il veneziano convenne con il Chigi di onorare il grande Urbinate dipingendo lui stesso la cappella in Santa Maria del Popolo, ultimata solo nel 1554, dove Raffaello fu sepolto.

Michelangelo e Sebastiano. Un Incontro di Idee
A cura della National Gallery e di Credit Suisse
The National Gallery, Londra
Dal 15 marzo al 25 giugno 2017

Eulalia Testri per MIfacciodiCultura

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