Fabrizio De André, lo chansonnier della musica italiana

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Fabrizio De André, lo chansonnier della musica italiana

Un cantautore sopraffino, impegnato, incline alla migliore tradizione francese tipica del secondo dopoguerra. In poche parole: Fabrizio De André.

Artista a suo agio sia all’interno di in un libro di storia della letteratura italiana che in una classifica musicale, con le sue storie raccontate in note ha dato voce ai personaggi più disparati: da quelli tipici del quotidiano sino a quelli più aulici, avvolti da un luminosa sacralità.

Nato a Genova il 18 febbraio del 1940, Fabrizio De André, detto Faber – soprannome datogli da Paolo Villaggio, amico fraterno sin dai tempi dell’infanzia – ha rappresentato l’eccellenza della musica d’autore, non solo entro i confini nazionali. In quasi quarant’anni di carriera la sua produzione discografica è stata talmente vasta e mai banale da essere considerata innovativa. Anarchico per vocazione, ha infranto quelli che erano i canoni della tipica canzone all’italiana e per tale motivo non è ardito paragonare Faber a poliedrici cantautori della scena internazionale come Leonard Cohen e Bob Dylan, da cui è stato influenzato e ispirato.

Schivo e intollerante verso la frivola vita mondana, ha sempre disprezzato il falso perbenismo e i cosiddetti benpensanti, preferendo l’uomo comune, magari emarginato e reietto dalla società.

Con il concept album La buona novella, pubblicato nel 1970, è riuscito a umanizzare anche le figure bibliche: attingendo dalla tradizione apocrifa, ha riletto le pagine del Vangelo in chiave provocatoria e rivoluzionaria, con lo scopo di scuotere la coscienza collettiva. Ostile alle costrizioni e al potere imposto dall’alto, ha scritto pagine memorabili della musica, attingendo sia dalla tradizione popolare – come i canti dei pastori sardi – che dalla letteratura, come per esempio dall’Antologia di Spoon River, passando per Baudelaire e Cecco Angiolieri. Con Nicola Piovani, Mauro Pagani, Fernanda Pivano e la Premiata Forneria Marconi ha dato vita a collaborazioni irripetibili, in cui parole e musica hanno raggiunto vette che toccano la sfera dell’emotività. Di lui, Francesco De Gregori disse:

Se non avessi mai conosciuto le canzoni di Fabrizio, non avrei mai cominciato a scrivere le mie.

Dalle atmosfere tetre e funebri di Tutti morimmo a stento del 1969 – vera pietra miliare del cantautorato internazionale – si passa con disinvoltura all’esperienza della Genova di Creuza De Mä del 1984, un luogo non luogo in cui il tema del locale incontra il globale. Tra i due capolavori, una serie di successi tra i quali la già citata La buona novella, Non al denaro non all’amore né al cielo e Storia di un impiegato.

Un evento ha certamente segnato la sua esistenza: oltre ad essere spiato dai Servizi Segreti, subì le conseguenze di un rapimento insieme alla compagna Dori Ghezzi. Nel 1979 l’anonima sequestri sarda rapì la coppia tenendola reclusa per ben quattro mesi. Segnato dallo spiacevole evento, l’artista riuscì comunque a trarre ispirazione per la sua musica: pubblicherà nel 1981 un album senza titolo, noto come L’indiano per via della copertina, dove si sente l’eco della drammatica esperienza.

Con Anime Salve del 1996 invece, Fabrizio De André certificherà un successo che, nell’età della maturità, supererà quello della prima fase di una carriera variegata. Con un bagaglio sonoro, poetico e culturale lontano dai soliti cliché della musica commerciale, Faber prende in prestito esperienze e tradizioni di altri paesi per fare un salto verso l’universalità, verso un viaggio in cui il desiderio di libertà è più forte dei paletti che la società vorrebbe costruirgli intorno.

Morto a Milano l’11 gennaio del 1999, continua a 18 anni dalla sua scomparsa ad ispirare artisti ed esponenti della cultura che con tributi, cover e omaggi celebrano un pioniere e vanto del Belpaese.

https://www.youtube.com/watch?v=htAHSuIPcpA

 

Dario Cataldo per MIfacciodiCultura

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