Tetazo – La protesta delle donne argentine contro la mercificazione del corpo femminile

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Tetazo – La protesta delle donne argentine contro la mercificazione del corpo femminile

tetazoTetazo: così è stata battezzata la protesta di centinaia di donne che nei giorni scorsi sono scese in piazza per le strade di Buenos Aires e altre città argentine contro la mercificazione del corpo femminile e tutte quelle norme che impediscono alle donne di mostrare il proprio corpo senza che questo venga considerato un oggetto sessuale.

Il casus belli della protesta è la vicenda accaduta qualche giorno prima nella spiaggia di Necochea, località balneare nella provincia della capitale, e che da giorni gira in rete. Nel video dell’incidente tre donne vengono fermate dalla polizia, accusate di esibizionismo e atti osceni in luogo pubblico, perché stavano prendendo il sole in topless. In un’escalation che ha visto coinvolti venti agenti, sei pattuglie e numerose minacce d’arresto, le tre ragazze sono state allontanate dalla spiaggia, tra l’indignazione di molti altri bagnanti e di migliaia di donne sul web. Non è bastata la presa di posizione del sindaco della città, Facundo Lopez, che ha immediatamente condannato le azioni della polizia: anche se – assurdamente – prendere il sole in topless in Argentina è considerato semi illegale, l’allontanamento di queste ragazze non può essere giustificato ed è segno di una mentalità obsoleta sostenere il contrario, ha dichiarato il primo cittadino.

“Ni Una Menos”, altra famosa protesta delle donne argentine

Le organizzazioni per i diritti delle donne, però, hanno deciso di organizzarsi: ora più che mai, in un mondo che nel campo dei diritti civili sembra tornare indietro non bisogna permettere che questi vengano calpestati. O peggio, che si proibiscano comportamenti innocenti bollandoli come “atti osceni”, maliziosi o tentatori. È ora di dire basta alla mercificazione del corpo femminile, ed è sotto questo grido che le manifestanti sono scese in piazza, anche in topless.

«Non siamo qui per far vedere le tette» hanno dichiarato le organizzatrici «siamo qui per far vedere che siamo libere». Libere di potersi vestire come pare e piace, libere di poter decidere del proprio corpo e di avere pari diritti. Libere di potersi mettere una minigonna e non essere fischiate per strada o di poter allattare in pubblico senza che questo venga bollato come atto osceno.

Quello che emerge, da queste proteste e dalle ovvie critiche che ne sono seguite, è come la nostra sia una società ipocrita con un doppio metro di giudizio: va bene mettere una donna a seno scoperto sulla copertina di una rivista per venderla, ma è inaccettabile prendere il sole in topless. Va bene indossare una minigonna, ma se poi vieni molestata è colpa tua, perché li hai “tentati”. Va bene celebrare la maternità e incoraggiare le nascite – leggasi Fertility Day -, ma se poi una donna osa solamente allattare in pubblico deve essere allontanata. Insomma, va bene mostrare il proprio corpo solo se inteso ad uso e consumo del pubblico maschile, altrimenti o sei un atto osceno su due gambe oppure te la sei cercata.

Manifesto della campagna “Free the Nipple”

Il tabù su seno e capezzoli nudi è anche alla base di un movimento americano – ora globale – nato nel 2013, Free the Nipple, che si scaglia tra i tanti anche contro social come Facebook e Instagram, dove puoi postare svastiche e inneggiare al duce ma guai ad una foto con un capezzolo femminile in vista. Lo scopo è combattere per un qualcosa di “piccolo” come il diritto al topless per richiedere una parità di diritti che non sia solo a parole, ma nei fatti e nella vita di tutti i giorni.

In Argentina non è un caso che queste proteste siano nate sulla scia di Ni una Menos, Non una di meno, movimento femminista per i diritti delle donne e contro la violenza maschile, organizzatore di grandi manifestazioni dopo il brutale omicidio di Lucia Perez lo scorso ottobre. La ragazza, 16 anni, era stata violentata, seviziata e impalata prima di essere stata lasciata agonizzante alle porte dell’ospedale di Mar del Plata. Un delitto talmente brutale che ha scosso tutta l’Americana Latina, dove purtroppo il femminicidio è un fatto all’ordine del giorno: se in Argentina viene uccisa una donna ogni 36 ore, 14 paesi del Continente Sudamericano figurano nella top25 del femminicidio.

E no, non è un’esagerazione parlare di femminicidio, anche quando si parla di topless: come è stato chiaramente detto alla manifestazione Non una di meno di Roma dello scorso 26 novembre, esso non è che «l’estrema conseguenza della cultura che lo alimenta e lo giustifica». E combattere una cultura maschilista e sessista che vede nella donna solo un oggetto per il proprio piacere sessuale inizia anche dal pretendere il diritto di prendere il sole senza coprirsi il seno.

 

Margherita Scalisi per MIfacciodiCultura

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