Mario Cresci alla GAMeC di Bergamo: cosa non è la fotografia

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Mario Cresci alla GAMeC di Bergamo: cosa non è la fotografia

M. Cresci, Autoritratto, 2009-2016

C’è un nuovo appuntamento alla GAMeC di Bergamo, quello con Mario Cresci (Chiavari, 1942), fotografo e artista tra i più noti dei contemporanei. La mostra che lo vede protagonista è curata dallo stesso Cresci e da M. Cristina Rodeschini e l’intento è quello di presentare l’intero percorso dell’artista, prediligendo un’apprezzabile suddivisione per temi e non per ordine cronologico, evidenziando i contributi più significativi di Cresci alla fotografia che sono di ordine pratico ma anche teorico.

Già dal titolo infatti possiamo comprendere quale sia la poetica dell’artista: La fotografia del no è riferimento esplicito al libro di Goffredo Fofi Il cinema del no. Visioni anarchiche della vita e della società (Elèuthera, 2015), che ci dà subito un indizio interpretativo: per Cresci la fotografia è un «atto globale, non circoscrivibile al singolo scatto». A questa dichiarazione d’intenti corrisponde la divisione per sezioni della mostra, che raggrupperei in motivi:

– la fotografia non è nuda tecnica;

– la fotografia non è riproduzione;

– la fotografia non è descrizione.

La prima sala cui si accede all’inizio del percorso è totalmente occupata dall’installazione Ipsa Ruina Docet, 1996 – 2016 in cui Cresci conferisce nuovo significato ai modelli ottocenteschi dell’Accademia di Belle Arti G. Carrara, già protagonisti nel 1996 in Opus Gypsicum, un’emozionante installazione al Teatro Sociale di Bergamo. I gessi sono collocati in una sala dalle pareti completamente bianche, che la rendono simile al bianco infinito utilizzato dai fotografi, e ingabbiati in strutture in legno, ad indicare come siano in attesa di essere nuovamente “scoperte” dallo sguardo del pubblico, che deve riacquisire consapevolezza del valore dell’arte classica. L’unica statua che non è imprigionata e che campeggia sulle altre per dimensioni, è quella di una matrona romana, su cui si posano tutti gli sguardi degli altri personaggi, attirati dallo specchio convesso che fa come da centro focale dello sguardo e contenitore delle loro immagini riflesse.

M. Cresci, Vedere attraverso – 1, 2010

Ecco la prima opera che ci dice fotografare (o creare un’opera) non è solo una questione tecnica: certamente qui si rivendica l’uso degli strumenti formali della tradizione, ma affermando contemporaneamente che queste statue sono opere in sé, sottoposte alla fruizione, allo sguardo dello spettatore che le conferisce significato, non sono solo qualche tecnica da apprendere e usare.

In questo senso si inseriscono le Geometrie, 1964 – 2011, numerose opere fotografiche che omaggiano esplicitamente il Malevič suprematista: l’opera Rotazione tra cielo e terra (1971) e la serie Geometria non euclidea (1964) presentano immagini fortemente stranianti, antinaturalistiche. La tecnica non serve per cogliere l’attimo fuggente, serve per raccontare o creare: l’artista ne rivendica il potere di indagine, ma anche la dimensione ludica, che avvicina idealmente queste serie alle stampe di Escher.

La sezione è Attraverso l’arte, 1994 – 2015 ci parla del rapporto tra arte e fotografia e del fatto che essa non ha valore solo come riproduzione. Nella serie Fuori tempo (2008), che vede protagonisti alcuni dei più famosi ritratti dell’Accademia Carrara, ma forse più chiaramente in D’après Parmigianino (2015) e nella serie Vedere attraverso (1994 – 2010), è esaltata al massimo grado la potenza dello sguardo dell’artista: è lui che crea l’opera e ne trasmette senso allo spettatore, la fotografia non è azione trasparente.

Molto interessante è anche la ricerca di Cresci in direzione antropologica e politica. Il suo impegno trova spazio già dai primi anni della sua attività: nel 1966 avvia una collaborazione con il gruppo di urbanistica Il Politecnico di Venezia che riguarda la realizzazione del piano regolatore di Tricarico, piccolo comune in provincia di Matera, di cui l’artista è responsabile dei rilievi fotografici.

Cresci documenta tutti gli aspetti della vita della comunità: da qui nascono le serie Interni mossi (1966 – 1978) e Ritratti reali (1972), proseguimento ideale del progetto a Barbarano Romano. Caratteristiche di questa produzione sono l’ambientazione in interni nitidi, chiaramente definiti, spezzati però da personaggi dai volti distorti dalla macchina fotografica: la fotografia non è solo misurazione, descrizione di un qualcosa, è interpretazione, è più che sguardo artistico perché permette di trattenere e poi raccontare ciò che è la vita delle persone in quei territori in quel momento. Ha molto a che fare con il valore della memoria e della testimonianza.

M. Cresci, Vedere attraverso – 2, 2010

Degna conclusione della mostra ─ ma non del percorso di Cresci, sempre in movimento ─ è la sezione Metafore, 2013 – 2016, in cui l’artista riflette sul dramma dei migranti: crea immagini fortemente evocative che grazie alla loro forza estetica riescono a promuovere un messaggio etico. Esempio principe può essere allora Segnimigranti (2013), quasi una performance visuale: con tempera bianca traccia dei segni, come gabbiani stilizzati, sui blocchi di lava nera presenti sulla spiaggia di Giardini Naxos, in modo da rendere omaggio a ciascuno dei morti nella traversata del Mediterraneo verso Lampedusa e insieme sublimarne l’esperienza. L’insieme di quei sassi ci parla di una condizione che non è singola ma condivisa con molti altri, evocano la situazione dell’umanità oggi, che va ben oltre il fatto particolare perché riguarda anche chi quei segni li osserva.

Questo sguardo rivolto al presente, l’affermazione della fotografia come arte, le suggestioni estetiche, le riflessioni morali che ci suggerisce sono la forza di Mario Cresci, di cui attendiamo il prossimo passo pronti a lasciarci coinvolgere ancora una volta.

Mario Cresci. La fotografia del no, 1964 – 2016
A cura di M. Cristina Rodeschini e Mario Cresci
GAMeC – Galleria di Arte Moderna e Contemporanea, Bergamo
Dal 10 febbraio al 17 aprile 2017

Chiara Buratti per MIfacciodiCultura

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