Aborto terapeutico – La storia di un diritto intriso di colpa

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Aborto terapeutico – La storia di un diritto intriso di colpa

Oggi, in un momento storico in cui si blatera tanto di diritti sul proprio corpo, di utero in affitto e di libertà vorrei raccontarvi una storia delicata e dolorosa.

Una storia che mostra in modo evidente che molti tra i diritti che crediamo di avere non sono altro che concessioni di cui possiamo avvalerci solo prendendocene responsabilità e colpa.

Elisa (il nome è per ovvie ragioni fittizio) è incinta per la prima volta.

Aspetta una bambina, Zoe, e quando le chiedo come va la gravidanza, con gli occhi luminosi mi dice che non è mai stata meglio, anzi quasi le dispiace che prima o poi debba finire.

Elisa parla sempre con Zoe, le chiede anche cosa le va di mangiare mentre cammina tra gli scaffali del supermercato.

Di Zoe non conosciamo ancora il faccino, ma è già qui.

Poi un giorno un controllo di routine alla 22esima settimana: il volto preoccupato del ginecologo e il sogno si trasforma subito in un incubo.

Una diagnosi che assomiglia a una condanna.

Zoe ha una rara malformazione congenita, non sopravvivrà al parto e forse non arriverà nemmeno al termine della gravidanza.

Quello che prova Elisa mentre è sdraiata sul lettino dello studio non è qualcosa che si può raccontare. Qualsiasi parola non sarebbe opportuna.

Il consiglio clinico è quello di interrompere la gravidanza prima che sopraggiungano complicazioni, ovvero avvalersi del diritto di praticare un aborto terapeutico.

Elisa deve scegliere, ma in realtà non ha scelta.

Inizia così un iter fatto di esami, accertamenti e pratiche preoperatorie.

Elisa vede anche uno psicologo che le spiega come avviene tecnicamente un aborto terapeutico.

È qui che Elisa deve firmare un documento.

Sì, perché per avvalersi dell’aborto terapeutico entro la 23esima settimana le possibilità sono due: o il medico dichiara che lo stato di malattia del bambino mette a rischio la vita della madre, possibilità rarissima, o la madre firma un foglio dove attesta di scegliere personalmente l’interruzione di gravidanza per preservare il suo stato mentale compromesso dall’infausta diagnosi. Anche se non è la verità.

Elisa, come tutte le donne che praticano un aborto per necessità prettamente mediche, si prende la responsabilità di una scelta che non aveva e al suo carico di dolore aggiunge quello della colpa.

È la legge.

Qualche giorno dopo, l’ospedale la chiama per ricoverarla e iniziare il travaglio. In tutti i sensi.

Viene ricoverata nel reparto di Ostetricia: all’inizio è in una stanza con un’altra mamma che aspetta di veder nascere il suo bambino.

I medici, ed Elisa ci tiene a sottolinearlo, sono stati dei veri angeli per tutto il tempo e le assegnano una stanza più appartata appena possibile.

Le somministrano dei farmaci per bloccare gli ormoni della gravidanza e, la stessa sera, un’altra serie di compresse necessarie per dilatarla e indurre le contrazioni.

Elisa vomita, ha la febbre alta e la diarrea. Le avevano detto che sarebbe successo per via dei farmaci.

Dopo più di 24 ore il suo corpo è pronto. Mi dice proprio queste parole.

Il suo corpo è pronto, ma non lei.

La portano in sala parto la sedano e la idratano, mentre lei partorisce la piccola Zoe.

I dolori fisici si sentono, e ancora non mi spiego come una donna possa sopportarli a fronte della consapevolezza che, una volta finito il parto, il dolore, quello vero, potrà solo iniziare.

Dopo diverse ore Zoe viene al mondo senza vita.

Elisa vuole vederla, saluta la sua bambina e le regala il suo nome.

«La cosa peggiore» mi racconta «è che tutti credono che io abbia perso poco più di un pancione invece ho perso un figlio, che ci sarà sempre, anche se non posso vederlo, così come c’era mentre ci chiacchieravo scegliendo la cena al supermercato».

La legge italiana sottopone le madri che devono avvalersi dell’aborto terapeutico a un purgatorio atroce che assomiglia molto all’espiazione di una colpa.

Una colpa che non hanno nemmeno lontanamente.

E all’indicibile dolore di una scelta necessaria aggiungono un carico di responsabilità, firmato e certificato.

Se questo è un diritto dovremmo rivederne la definizione.

Gloria Sacchi per MIfacciodiCultura

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