Lo spot della birra americana che fa riflettere: una lezione di integrazione è umanità

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Lo spot della birra americana che fa riflettere: una lezione di integrazione è umanità

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Un’immagine dello spot

Spesso pile di libri non riescono a smuovere i pensieri di moltissime persone: ma a volte mezzi alternativi, semplici e magari scontati riescono a far riflettere in maniera profonda, attuando anche dei cambiamenti nei comportamenti degli esseri umani. È il caso dello spot di cui parliamo oggi, dove un messaggio di solidarietà e umano come quello dell’integrazione viene rinchiuso in appena un minuto. Lo spot in questione è quello di una famosa birra americana, la Budweiser, che ebbe come uno dei fondatori un immigrato tedesco, che è stato presentato al Superbowl 2017. Si sa che le pubblicità di questo evento sportivo sono le più costose e conosciute, visto che tutto gli americani sono sintonizzati sullo stesso canale: che questo spot sia arrivato al Superbowl è sicuramente un forte messaggio per la nazione americana e, facile a dirsi, per il suo presidente.

Le difficoltà del fondatore di Budweiser all’inizio furono moltissime: in America molti non lo volevano, era ritenuto un peso ed un costo per la società: eppure, con la sua ambizione riuscì a coronare il suo sogno americano e avviare un’attività tutta sua.

Questi discorsi toccano particolarmente noi italiani. Svizzera, Germania, America e tante altre nazioni hanno visto e vedono tutt’ora moltissimi italiani, andati lì per cercare fortuna. In questi Paesi molti hanno costruito imperi imprenditoriali o magari politici, altri hanno acquisito una notevole esperienza ed hanno avviato importanti attività nel nostro Paese.

Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Molti puzzano perché tengono lo stesso vestito per settimane. Si costruiscono baracche nelle periferie. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano in 2 e cercano una stanza con uso cucina. Dopo pochi giorni diventano 4, 6, 10. Parlano lingue incomprensibili, forse dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina; spesso davanti alle chiese donne e uomini anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro […]

Il testo riportato non è dei giorni nostri, non è del leghista di turno o di un difensore della nazione. È il discorso che fece un ispettorato del Congresso del 1919 in America. Parlava di noi italiani. Quante somiglianze con le parole che riserviamo per le migliaia di persone che oggi sui barconi vengono da noi, vero?

Se tutti avessero ragionato come faceva quell’ispettorato, oggi l’America avrebbe un PIL ridicolo, per non parlare della sua potenza politica. Fortunatamente molti invece diedero la possibilità di lavorare agli italiani, così come agli irlandesi, polacchi e molti altri europei. Loro insieme a molti americani furono e sono ancora oggi alcuni dei pilastri del Paese.

In tempi difficili emrgono odi e rancori che spesso sono dettati soltanto dalla paura, dall’insicurezza sul domani. La mancanza di garanzie sul futuro incattivisce molte persone e le rende più egoiste. Così invece di dividere quel poco che si ha per trarne un benessere collettivo, ognuno si tiene stretto il proprio, creando spaccati sociali di dimensioni enormi.

Cosa saremmo oggi se quei Paesi ci avessero rifiutato? Le condizioni erano pietose è vero, ammassati in risaie e magazzini. Oggi per fortuna la società è leggermente più civile, quindi ospitarli in strutture non significa concedere loro tutte le nostre risorse senza volere nulla in cambio: significa invece, dare loro una condizione di vita migliore fin da subito, cosa che non venne concessa a noi all’estero.

Non tutti ragionano, in questo modo ed è giusto che ognuno pensi ciò vuole. Garantire però un futuro migliore ad una persona non è una scuola di pensiero ma semplicemente un lato umano che tutti dovremmo avere.

Il 27 gennaio parliamo tanto della giornata della memoria, ignorando che il cancello di Auschwitz è ancora aperto. È aperto in Bulgaria, dove i migranti sono stati per giorni in lager avvolti nella neve, è aperto in Cecenia, in Ungheria, in Asia, in Messico. È aperto in ogni zona del mondo in cui l’uomo prende la supremazia su un altro individuo e ne gestisce l’esistenza.

Giammarco Rossi per MIfacciodiCultura

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