Atene dice no a Gucci: l’Acropoli non è una passerella

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Atene dice no a Gucci: l’Acropoli non è una passerella

Atene dice no a Gucci: l'Acropoli non è una passerellaNon c’è crisi economica che tenga: il patrimonio storico e archeologico greco non è in svendita. È questo il sostanziale motivo del secco no che la Commissione archeologica della Grecia (Kas) ha dato alla casa di moda Gucci, che in cambio di svariati milioni di euro, voleva far sfilare le proprie creazione nella suggestiva Acropoli ateniese.

2 milioni per la sfilata più 55 per i diritti video: questa pare sia stata l’allettante offerta della maison fiorentina, una cifra tutto sommato interessante per un paese fortemente colpito dalla crisi mondiale che si è abbattuta sull’economia negli ultimi anni, un paese il cui Pil si è ridotto del 25% negli ultimi 8 anni con conseguenze devastanti. Eppure non c’è stato alcun tentennamento da parte delle autorità greche, che hanno sentenziato: «Il valore e il carattere dell’Acropoli è incompatibile con un evento di questo tipo».
Pronta la risposta di Gucci:

Gucci conferma di aver avuto un incontro con l’autorità ellenica per esplorare la possibilità di un progetto di collaborazione culturale a lungo termine, coerentemente con quanto l’azienda ha fatto negli ultimi anni con istituzioni quali Palazzo Strozzi a Firenze, Minsheng Museum a Shanghai, Westminster Abbey in Inghilterra e LACMA a Los Angeles.
Le speculazioni pubblicate relative a maggiori dettagli sono da considerare destituite da ogni fondamento.

Perciò le notizie diffuse dalla stampa greca circa le offerte in denaro declinate paiono infondate, c’è stato solo un contatto per un fashion show della durata di 15 minuti, cosa per altro già accadde nel 1951, quando le creazioni di Dior furono presentate in questa location decisamente d’eccezione. Ma erano altri tempi, vi erano un’altra mentalità e un’altra concezione dell’arte e della cultura, senza contare che dibattiti su moda e arte erano sostanzialmente impensabili.
Quindi, seppure il Partenone sia stato utilizzato come sfondo per pubblicità varie ed eventuali (v. Coca Cola, Verizon Wireless, Lufthansa), affittarlo per una sfilata sarebbe umiliante per la cultura greca.

Gucci forse ha peccato di ingenuità, visto che da queste parti non è insolito che in luoghi d’arte fluttuino le creazioni prêt-à-porter e/o haute couture delle nostre case di moda: le modelle di Fendi l’anno scorso hanno sfilato su una passerella di plexiglass sospesa sulla meravigliosa fontana di Trevi, mentre quest’anno Trussardi ha presentato la nuova collezione uomo tra le tele di Brera (tra non poche polemiche, per altro) e tornando indietro nel tempo, nel 2013 anche gli Uffizi hanno accolto sfilate.

È giusto o sbagliato sfruttare il patrimonio storico e artistico per finalità commerciali? Si può ambientare una sfilata tra le mura di un monumento storico, sotto gli occhi attenti dei ritratti appesi alle pareti? Il dibattito è acceso, le opinioni divise ed è difficile rimanere indifferenti.

Un monumento sacro associato alla moda stona, non c’è nulla da fare. Per quanto si possa interpretare o rigirare, stona questo connubio al pensiero che sul suolo dove si consumarono preghiere, sacrifici ed invocazioni, si alternino le creazioni moda, che per quanto siano elaborate, creative e studiate, restano abiti in vendita. Perciò se già potrebbe far storcere il naso la moda all’interno dei musei, figuriamoci in un tempio.

Ma forse quello greco è un modo vecchio di intendere la cultura e la sua promozione, lontano dal marketing, dagli sponsor e dal mecenatismo do ut des ora in voga. O forse è l’unico modo per rispettare il patrimonio culturale con buon senso.

Carlotta Tosoni per MIfacciodiCultura

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