GelosaMente – Ariosto e il suo Orlando pazzo di gelosia

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La nostra rubrica GelosaMente si occupa oggi di un altro celebre caso di gelosia in letteratura, ovvero quella provata dal paladino Orlando per amore della bella Angelica. Già presente nella Chanson de Roland come paladino di Carlo Magno, amore e gelosia entrano nella vita letteraria del prode Orlando quando nel XV secolo quando il poeta emiliano Matteo Maria Boiardo scrive un poema cavalleresco su di lui, decidendo di farlo innamorare perdutamente della bella principessa orientale Angelica.

Questo poema, l’Orlando innamorato, rimase però incompiuto: per leggere la parte sulla gelosia dobbiamo dunque aspettare l’Orlando furioso di Ariosto, capolavoro del Cinquecento italiano. Ariosto riprende le fila della storia narrata suo predecessore, intrecciando una complessa trama di vicende e personaggi mossi dalla legge del desiderio, che provoca inseguimenti e fughe. L’evento che innesca gli accadimenti successivi, che si dipanano a cascata, è proprio la fuga della bella Angelica dall’accampamento di Carlo Magno: un gran numero di cavalieri si muoverà per ritrovarla. Uno di questi è Orlando, fin dall’inizio innamorato di lei. Tuttavia, il re l’ha promessa in sposa a chi dei suoi si dimostrerà più valoroso in battaglia.

Questa sfida non costituirebbe un problema per Orlando, che facilmente vincerebbe essendo uno dei più forti. Ma Orlando non aveva messo in conto che il suo amore poteva non essere ricambiato dalla bella principessa: e sarà proprio questo il fattore scatenante della sua gelosia, e dunque della sua celeberrima follia.

Ariosto, con la sua penna versatile, ha saputo immortalare in maniera vivida ed eterna il momento esatto in cui scocca la scintilla della gelosia nella mente del cavaliere. Ci troviamo in una radura in cui Orlando si ferma per riposarsi, e in cui trova incise sugli alberi alcune scritte della mano di Angelica:

Angelica e Medor con cento nodi
legati insieme, e in cento lochi vede.
Quante lettere son, tanti son chiodi
coi quali Amore il cor gli punge e fiede.
Va col pensier cercando in mille modi
non creder quel ch’al suo dispetto crede:
ch’altra Angelica sia, creder si sforza,
ch’abbia scritto il suo nome in quella scorza.

Angelica, però, sugli alberi ha scritto il proprio nome non insieme a quello di Orlando, bensì insieme a quello di Medoro, un fante saraceno. Orlando non vuole credere a quello che vede: e cerca di trovare giustificazioni a quel nome straniero legato a quello dell’amata: potrebbe essere un’altra Angelica quella che è passata per di lì. Oppure, “Medoro” potrebbe essere un nomignolo che la ragazza dà proprio ad Orlando. L’eroe le pensa tutte, ma nessuna giustificazione regge. Si arrovella nei suoi pensieri, e nei sospetti, e ne rimane imprigionato, come Ariosto ben descrive in un bellissimo paragone in cui l’uomo è assimilato a un uccellino che cerca di liberarsi da una ragnatela o dal vischio, ma dibattendosi non fa che peggiorare la propria situazione.

Orlando rifugge fino all’ultimo l’ipotesi che Angelica ami un altro, eppure deve arrendersi all’evidenza quando trova un messaggio lasciato da Medoro all’ingresso di una grotta, in cui si descrivono gli appuntamenti amorosi avuti proprio lì con Angelica. Il nostro paladino legge, e al contempo vorrebbe fare in modo che su quella parete non ci sia scritto ciò che invece c’era scritto.

Orlando è attonito: «Fu allora per uscir del sentimento, sì tutto in preda del dolor si lassa»: «Fu a quel punto che cominciò a perder la ragione, lasciandosi totalmente in preda allo sconforto».Ma ancora riuscì a trattenersi, finché non approdò alla casa di un pastore che, credendo di intrattenerlo piacevolmente, iniziò a raccontargli la storia di una principessa orientale che aveva da lui soggiornato per curare un fante saraceno di cui era innamorata e che, una volta guarito, sposò. Per confermare il suo racconto, il pastore mostrò a Orlando il gioiello che Angelica gli aveva donato per ripagarlo dell’ospitalità. È a questo punto che la gelosia prende il sopravvento e acceca il cavaliere: non può più contenersi, fugge dalla casa del pastore, si spoglia di armi e vestiti e inizia a fare scempio del bosco, distruggendo tutte le scritte lasciate da Angelica e Medoro. Ecco l’ottava che conclude la scena della gelosia di Orlando, ormai tramutatasi in pura follia:

Qui riman l’elmo, e là riman lo scudo,
lontan gli arnesi, e più lontan l’usbergo:
l’arme sue tutte, in somma vi concludo,
avean pel bosco differente albergo.
E poi si squarciò i panni, e mostrò ignudo
l’ispido ventre e tutto ’l petto e ’l tergo;
e cominciò la gran follia, sì orrenda,
che de la più non sarà mai ch’intenda.

Inizia inoltre una nuova quête all’interno del poema, ovvero la ricerca del senno perduto di Orlando, che porterà uno dei suoi compagni, il paladino Astolfo, addirittura sulla Luna per ritrovarlo.

La potenza della gelosia è descritta perfettamente da Ariosto nelle sue successive fasi psicologiche: autoinganno, disillusione, disperazione. Qui, in particolare, la disperazione coincide con il grottescamente spettacolare impazzimento di Orlando, rappresentato mentre corre seminudo nel bosco sradicando alberi. La gelosia è, in queste ottave, la vera e perfida vincitrice, vittoriosa anche su un cavaliere valoroso come lui.

Ariosto trasmette al lettore la sofferenza psicologica provocata dalla gelosia attraverso immagini metaforiche di dolore fisico, ad esempio descrivendo le lettere dei messaggi d’amore di Angelica e Medoro come chiodi che trafiggono il cuore dell’eroe amante e non riamato: «Quante lettere son, tanti son chiodi / coi quali Amore il cor gli punge e fiede». Oppure ancora, descrive il gelo che cala nel suo petto: «ed ogni volta in mezzo il petto afflitto / stringersi il cor sentia con fredda mano». Il poeta illustra anche l’aspetto dimesso di chi è in preda alle prime fasi della gelosia: in uno stato di shock e apatico, si aggira sconsolato, a fronte bassa, incapace di proferire parola o fare uscire lacrime.

Vorrebbe ritrovare la pace, ma il tormento non gli dà tregua: «Quanto più cerca ritrovar quiete, / tanto ritrova più travaglio e pena». Infine, ecco che il dolore trova la valvola di sfogo in grida e pianti, ricacciati indietro troppo a lungo:

Celar si studia Orlando il duolo; e pure
quel gli fa forza, e male asconder pòllo:
per lacrime e suspir da bocca e d’occhi
convien, voglia o non voglia, al fin che scocchi.

[…]

e quando poi gli è aviso d’esser solo,
con gridi ed urli apre le porte al duolo.
Di pianger mai, mai di gridar non resta;
né la notte né ’l dì si dà mai pace.

Prima, Orlando, in presenza del pastore, nasconde il proprio dolore, che tuttavia si acuisce sempre di più, e deve uscire con lacrime e sospiri: infatti, appena è sicuro di essere solo, «apre le porte del dolore» con grida, urla e lacrime.

Questa è la penna dell’Ariosto, fine notomista degli affetti umani: ed è certo che anche noi lettori, anche dopo secoli (cinque esatti nel 2016) ci riconosciamo in queste parole, per aver vissuto questa sensazione almeno una volta nella vita. E probabilmente, il poeta stesso non fu immune a questo sentimento, se ci esorta a prestargli fede con queste parole: «Credete a chi n’ha fatto esperimento, / che questo è ’l duol che tutti gli altri passa», descrivendo la gelosia come il peggior dolore che ci si possa ritrovare ad affrontare.

Arianna Capirossi per MIfacciodiCultura

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