Alma Mater di Bologna: l’Università divisa tra libertà e sicurezza

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Alma Mater di Bologna: l’Università divisa tra libertà e sicurezza

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L’intervento della Polizia

«Sembra quasi di essere tornati negli anni ’70» spiega l’inviata di Radio Montecarlo. Quello che la giornalista riporta nel suo intervento è la drammatica situazione che dall’8 febbraio sta andando in scena a Bologna.

L’evento scatenante è stata la decisione presa dall’Ateneo di installare un dispositivo di sicurezza nella biblioteca di discipline umanistiche, in via Zamboni 36, che permette l’ingresso soltanto a chi possiede il badge rilasciato dall’Università, lasciando entrare perciò soltanto gli studenti iscritti. Tale dispositivo, presente anche in altre biblioteche della città, come ad esempio a quella giuridica dal 2008 o nella sala studio di Palazzo Paleotti, comprende una porta a vetri antisfondamento e due ingressi laterali a bussola, come quelli che vediamo normalmente nelle banche.

Il motivo per cui si sono adottate tali provvedimenti è l’alta percentuale di furti ( nesono stati denunciati vari, tra cui uno di 1300 euro di poche settimane fa) e di uso di droga (sono state ritrovate delle siringhe e bustine di droga nelle cassette). Perciò, spiega la coordinatrice Mirella Mazzucchi,  «non ci sentiamo al sicuro e anche gli studenti hanno più volte chiesto di porre rimedio alla situazione». Oltre a ciò, è stata volontà dell’Alma Mater realizzare tali misure di sicurezza al fine di aumentare i servizi per gli studenti, prolungando l’orario di apertura delle biblioteche dalle 9 fino a mezzanotte.

Però, in seguito all’installazione di tale dispositivo e delle porte, il Cua (Collettivo Universitario Autonomo) l’febbraio ha deciso di aprire la porta centrale, vanificando l’utilità dei tornelli.

Le motivazioni che hanno portato il collettivo a smontare con un cacciavite le porte possono essere riassunte in due punti: la biblioteca è libera e non è giusto che l’Università la precluda a chi ha voglia di studiare ma non ha il badge. In secondo luogo, questi pannelli creano dei disagi, in quanto l’attesa creerebbe delle code, togliendo tempo a chi vuole studiare. Ulteriore accusa: il rettorato trarrebbe le risorse per realizzare suddette misure dalle tasse pagate dagli studenti piuttosto che provvedere a creare soluzioni per problemi più urgenti, quali i costi eccessivi per usufruire della mensa, fatto che aveva già causato malumori e scontri già a ottobre.

Il 9 febbraio gli studenti si sono scontrati con la polizia, dopo aver occupato la biblioteca di Lettere, al civico 36 di via Zamboni, devastando l’aula e proseguendo le colluttazioni anche fuori.

In questi scontri sono stati coinvolti involontariamente anche soggetti del tutto ignari ed estranei alle vicende, come i membri del personale universitario presenti nella biblioteca, terrorizzati dal precipitare improvviso degli eventi. Un ragazzo capitato per caso nella zona, dopo aver sostenuto un esame e trovatosi al centro del conflitto, è stato salvato da un agente.

Già dallo stesso giorno sono partite petizioni per dissociarsi dall’operato del Cua e delle altre sigle presenti. La formula più efficace recita :

Alla luce di quanto accaduto di recente in Via Zamboni 36, per questo ed altri atti vandalici perpetrati dal Cua a danno dell’Università, noi studenti scegliamo di dissociarci dalle azioni del collettivo in segno di critica e di protesta. Supportiamo le istituzioni dell’Ateneo e attendiamo che vengano presi dei provvedimenti nei confronti dei responsabili dei danni ai quali l’Università ha assistito.

Oltre a questa petizione, lanciata su change.org, degno di nota anche un intervento di una ragazza, Silvia Carucci (studentessa iscritta presso il Dams dell’Ateneo) che ha scritto al The Post Internazionale, per spiegare (in sintonia con la petizione degli oltre 4mila studenti) che ciò che è successo non è altro che un puro atto vandalico e che a ben  rifletterci i provvedimenti dell’Ateneo servono

per risollevare la zona universitaria e aiutare chi ha necessità a studiare fino a tardi (…) se avessero capito che quello era un servizio che l’Ateneo stava offrendo agli studenti, per permetterci di studiare in sicurezza fino a tardi, forse tutto questo non sarebbe successo.

Per questo motivo la ragazza non si sente rappresentata da coloro che hanno preso parte alla protesta.

Ciò che è bene osservare, in questa storia, è come la decisione dell’Università di Bologna sia stata motivata dall’idea di agevolare gli studenti, permettendo loro di studiare fino a tardi e di farlo in sicurezza. La reazione di questi collettivi non è altro che l’ennesima incomprensione tra uno Stato, che negli ultimi anni ha evidentemente compiuto delle scelte infelici in tema di istruzione, e una gioventù sempre più stanca, satura al punto tale da diventare miope e considerare qualsiasi alternativa non collimi con la propria una minaccia.

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L’aula distrutta

Anche in altri contesti esistono delle biblioteche alle quali è possibile accedere con il badge. Un esempio è il Polo Fibonacci di Pisa, dove addirittura l’orario di studio, per chi possiede il badge, è illimitato, 24 ore su 24. In questo caso, gli studenti dotati di badge  sono solo coloro che appartengono al dipartimento di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali, che lo ottengono dopo aver conseguito un determinato numero di crediti formativi.

Spesso le città universitarie, come Bologna o Pisa, sono luoghi dove la gioventù eccede nei propri vizi e nel proprio ardore e voglia di vita. Ciò si traduce in un ambiente nel quale si possono trovare spinte ambivalenti: iniziative stimolanti, ma contemporaneamente la possibilità di incombere in scene pericolose. I pericoli del nostro tempo, il nichilismo e la dissipatezza con cui i giovani vivono la loro vita, incerti del domani, non possono mettersi d’ostacolo al conseguimento di un obiettivo, oggi così importante e a volte insufficiente, come la laurea. Ma ancora di più, l’aula distrutta a Bologna è il simbolo di una gioventù che ha perso la sua voglia di sapere e la sua curiosità che hanno lasciato il posto alla rabbia, oggi più presente che mai e non solo negli anni Sessanta o Settanta. Queste proteste non servono a uno sviluppo e al progresso della società, ma sono capricci e sfoghi di una generazione persa. Che resiste in chi si dissocia e cerca di sopravvivere studiando.

Edoardo Poli per MIfacciodiCultura

 

 

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