#perlaGloria – 30 anni schiavi

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#perlaGloria – 30 anni schiavi

Non voglio parlare di Michele, il ragazzo suicida che ha scritto quella lettera. Su cui tanto hanno speculato, inventato, dubitato e inveito. Ne hanno parlato in tanti, quasi tutti, come se lo conoscessero, come se intuissero quello che sta dietro alle parole scritte in quella lettera, ma io non so parlare di ciò che non conosco. Però ho 30 anni, sono della stessa “generazione perduta” di quella lettera, la stessa di Michele.

Sono una libera professionista per scelta di chi non fa un contratti a nessuna condizione, di chi non garantisce l’esclusiva, di chi come me deve poter sopravvivere.

Il lavoro me lo devo procurare e tutti i mesi è una roulette russa.

In banca non ho niente più del minimo per i prossimi mesi, salvo imprevisti. Pur lavorando da 11 anni.

Alle spalle nessuno che me le possa coprire.

Ho spesso paura.

Non so come potrò fare quando dovrò mantenere qualcun altro oltre me stessa.

Tutto quello che ho, considerando da dove sono partita, spesso mi sembra un miracolo.

A volte invece mi sembra comunque troppo poco.

La verità è che non è nulla più della normalità.

Sono stata profondamente incazzata con la vita per una quantità indicibile di anni.

Ho visto da vicino sgretolarsi gli affetti, la dignità e la speranza.

Conosco anche quella sensazione di oblio totale, quella che ti dice molla tutto e non lottare più.

Anzi, peggio: non crederci più.

La verità è che questo Stato non funziona. Più in generale questo mondo non funziona o per lo meno non è stato reso funzionale per tutti. E i tutti rimasti fuori dal banchetto sono tanti.

Non ho intenzione di farmelo andare bene, di accontentarmi, ma nemmeno di estinguermi lasciando spazio alla frustrazione.

«Non mi hanno consegnato il mondo che meritavo» scrive Michele, il ragazzo suicida, e ha ragione.

Nessuno lo merita così.

Ma il vero problema credo stia altrove.

Qualcuno ci ha insegnato che ci è dovuto qualcosa a prescindere.

Per carità tutti dovremmo avere un Governo che ci tutela, un lavoro che scegliamo, una vita dignitosa, un’insegnante preparata, genitori giusti e amorevoli, colleghi rispettosi e collaborativi, la persona che amiamo al nostro fianco.

Se è vero che qualcosa ci è dovuto, però, significa che di contro noi dobbiamo molto di rimando.

Credere che si debba avere è la chiave per sentirci vittime del sistema, agnelli sacrificali senza possibilità di riscatto, tapini senza possibilità.

Che a pensarci bene è un po’ quello che ai sistemi fallati conviene, e molto.

Se chi ci deve non ci dà ci sentiamo legittimati a non dovere nulla a nostra volta.

E quindi sarà sempre colpa di tutti e di nessuno.

Chi scappa non è un eroe, chi resta nemmeno.

La frase di Gandhi che sembra banale retorica,  quella sull’essere il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo, è vera.

Non possiamo fare di meglio, in qualsiasi chiave si voglia intendere l’affermazione.

Dobbiamo alzare la testa.

E per alzarla siamo costretti a guardarci in faccia.

Iniziamo a scegliere.

E a riconoscere la forza, che a volte ci sembra di non avere, per essere meglio, cercare il meglio, sperare ancora.

Perchè meritiamo tutti più di una possibilità.

Più di trentanni di vita.

Io, voi e tutti gli altri.

#perlagloria non si vive. Ma soprattutto, non si muore.

Gloria Sacchi per MIfacciodiCultura

 

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