Analfabetismo funzionale: 600 docenti per denunciare un inquietante male moderno

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Analfabetismo funzionale: 600 docenti per denunciare un inquietante male moderno

Siamo analfabeti disfunzionali. Non sappiamo leggere e scrivere, o comunque leggiamo e scriviamo male. Questi sono i dati che emergono dalla lettera che oltre 600 docenti universitari tra cui storici, filosofi, economisti hanno spedito al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.

È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente.

Questa denuncia segna la  deriva di un popolo, quello italiano, che da quanto risulta dall’ultimo rapporto Ocse-Pisa del 2015 si trova al penultimo posto nella graduatoria delle scienze: inoltre, nella lettura abbiamo perso due punti rispetto a quindici anni fa, risultando in una posizione inferiore alla media Ocse.

Certo, siamo migliorati in matematica, ma questo non ci consola e si richiedono più competenze nella scrittura, nella lettura e nella comprensione dei testi. Secondo la lettera inviata dai docenti, bisognerebbe tornare ai vecchi metodi:

dettato ortografico, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale e scrittura corsiva a mano.

Ciò che emerge, inoltre, è in perfetta sintonia con l’analisi che già Sartori fece, nel 1997, in Homo videns. Il politologo metteva in luce come, dall’avvento della televisione (salvo la prima generazione, quella che si formò con le video-lezioni di Alberto Manzi), sia sempre andata calando la capacità dei cittadini di ragionare in modo astratto. Non siamo più in grado di concepire concetti complessi, poiché richiedono un’ abilità che non è richiesta dalla televisione. La nostra è un’era, a mio avviso, dove il visivo e la visione dominano, facendoci regredire a una cultura della auralità, non perché manchi la possibilità o la volontà di scrivere, ma perché non ne siamo più capaci.

Sulla Repubblica del 1 febbraio, però, compariva un articolo dove si leggeva che il ministro Fedeli avrebbe lanciato un piano di dieci azioni, finanziate con 830 milioni. Si legge nell’articolo che 180 milioni, la fetta più grande, sarà destinata alle competenze di base:

L’investimento è destinato agli studenti in ritardo sulla didattica. Mira a compensare gli svantaggi culturali, economici e sociali, a ridurre una dispersione scolastica in calo ma ancora alta in Italia (15%). Il potenziamento si concentrerà sull’Italiano, la lingua straniera, le scienze e la matematica “grazie a modalità didattiche innovative.

Che il nostro Paese soffra da questo punto di vista è visibile anche nella classe politica, ritratta con arte da Crozza, il quale nei suoi spettacoli immortala un pezzo di classe dirigente che non ha con la lingua molta dimestichezza. Primo tra tutti l’Onorevole senatore Razzi. Ma non mancano gli esempi di incapacità espressiva e comunicativa, basti pensare alle varie vicende che hanno visto protagonista uno dei maggiori esponenti del Movimento Cinque Stelle: il Vicepresidente alla Camera  Luigi Di Maio.

Sebbene Pasolini in una intervista con Biagi disse di preferire gli analfabeti, coloro che non hanno raggiunto la quarta elementare, ai piccoli borghesi, perché i primi hanno «una certa grazia, che poi va perduta attraverso la cultura»,  oggi più che mai nell’era della globalizzazione è un dovere cercare una strategia che abbia il sapere come suo mezzo privilegiato, altrimenti il ritardo accumulato farà sì che esso diventi una discriminante per il successo nell’ambito lavorativo.

Non a caso, scrive Carlo Freccero  ne L’idolo del capitalsmo, anche gli americani si sono accorti dell’appeal che ha la cultura. Anche il capitale si nutre di questa e oggi l’utilizzo che se ne può fare è nel campo  artistico-cinematografico. Con l’affermarsi delle Sserie Tv, è richiesta agli sceneggiatori una certa preparazione, per cercare di elevare la propria offerta e renderla appetibile anche ai meno affezionati al piccolo schermo. Sono esempi Westworld, remake di un film di Crichton, pieno di riferimenti letterari a Shakespeare. Ma anche la nuova piattaforma Eduflix è volta a intercettare una parte di pubblico che vive di cultura.  L’ideale illuministico del cittadino informato e colto, sebbene con le sue ipocrisie aristocratiche, deve essere ancora un faro per noi Occidentali del nuovo Millennio. Sartori, e  anche De Mauro, avevano espresso la loro perplessità riguardo a un impegno in politica attiva, alla vita collettiva di tutti i giorni che prescindesse dalla cultura. Un Cittadino deve saper comprendere, pensare, scrivere e leggere correttamente.

L’anello debole, per De Mauro, sembrano essere la scuola media-superiore e l’Università.

La scuola superiore, continua il professore, non è stata pensata per un numero così elevato di studenti. Bisogna pensare alla riformazione degli insegnanti attuali e provvedere alla formazione di quelli futuri: bisogna investire sulla cultura.  Come antidoto alla ignoranza,  al dilagante estremismo di destra e xenofobo che sta aggirandosi sull’Europa, alla perdita della nostra identità  storica e come fonte inesauribile della nostra umanità.

Oltre allo Stato, però, è necessario che anche il nucleo primario di uno studente, la famiglia, sia presente in questa lotta, che rischia di essere una delle più importanti del nostro tempo. Le maestre non posso sempre sopperire la mancanza della famiglia.

In conclusione, la questione culturale è ciò che è degno di essere domandato, e solo una soluzione profonda ci potrà permettere di negare l’assenza della vera vita, di una vita migliore.

Edoardo Poli per MIfacciodiCultura

 

 

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