Sylvia Plath: la poetessa che ruppe la campana di vetro

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Sylvia Plath: la poetessa che ruppe la campana di vetro

Sylvia Plath, Ted Hughes, baby Frieda
Sylvia Plath, Ted Hughes, baby Frieda

La mattina della sua morte, sembra che Sylvia Plath (Boston, 27 ottobre 1932 – Londra, 11 febbraio 1963) abbia scritto l’ultima poesia, Orlo, abbia lasciato la colazione ai due figli, avuti dal poeta inglese Ted Huges, dopodiché sia poi andata in cucina. Qui la Plath sigilla porte e finestre, e decide di frantumare una volta per tutte quella “campana di vetro” che da anni la comprimeva. C’è chi dice che probabilmente si trattò solo di una richiesta di aiuto, accompagnata da un biglietto dove venivano lasciate istruzioni per chiamare un dottore. Ma questo è cronaca.

La vera richiesta d’aiuto invece Sylvia Plath l’ha lanciata attraverso le sue poesie, piccoli haiku fatti di parole quotidiane, che in pochi versi semplici hanno saputo raccontare la vita di una donna nella società americana ed inglese degli anni ’50. Una figura femminile combattuta tra un ruolo sociale di madre e moglie, che la pone sotto una quella campana soffocante, e l’esigenza liberatoria di scrivere, per provare ad incrinare quella campana stessa. È Sylvia Plath stessa che spiega così la sua necessità espressiva: «Ho bisogno di scrivere e di esplorare le profonde miniere dell’esperienza e dell’immaginazione, far uscire le parole che, esaminandosi, diranno tutto…». E ancora: «Voglio scrivere perché ho bisogno di eccellere in uno dei mezzi di interpretazione della vita».

Sylvia Plath nasce a Boston da genitori immigrati tedeschi e ad 8 anni pubblica la sua prima poesia. La Plath continua le pubblicazioni di poesie e racconti su diverse riviste americane, ottenendo un discreto successo. Nel 1950 entra allo Smith College, ma il penultimo anno di corso tenta per la prima volta di “rompere il vetro”, compiendo un tentativo di suicidio. Segue così il ricovero in un istituto, dove alla Plath viene diagnosticato un disturbo bipolare.

La scrittura sembra però essere un potente antidoto, e nel 1955 Sylvia si laurea e continua la sua carriera universitaria a Cambridge, scrivendo sul giornale studentesco Varsity. Qui conosce Ted Huges, che sposa e dal quale ha due figli. Nel primo periodo di matrimonio i due vivono negli Usa, Sylvia Plath insegna allo Smith College, ma ben presto si spostano in Inghilterra. Qui la Plath pubblica nel 1960 la prima raccolta di Poesie, The Colossus, ma ben presto la forza creatrice e liberatoria della scrittura viene offuscata dai drammi della vita.

la-campana-di-vetroUn aborto e la conseguente separazione dal marito incrinano fortemente il “vetro” entro cui Sylvia Plath si trova, quella “campana” che la protegge dal mondo e contemporaneamente la soffoca. La scrittrice si trasferisce con i due figli a Londra, e qui nel 1963 pubblica La campana di vetro (The bell Jar) sotto lo pseudonimo di Victoria Lucas.

L’unico romanzo che Sylvia Plath ci ha lasciato è semi-autobiografico, e ci fa vedere il mondo attraverso l’Io della protagonista, Esther Greenwood, sicuramente una trasfigurazione dell’autrice. Come Sylvia, anche per Esther la vita è divisa tra un’esigenza espressiva forte e una compressione sociale forte, che la tiene al sicuro ma nello stesso tempo la soffoca, che vorrebbe rompere, come si rompe una “campana di vetro”. Esther ottiene una borsa di studio per lavorare in una prestigiosa rivista a New York, manifestando un’ossessione per emergere in quella società di “vetro”, che la farà precipitare in un vortice segnato da ricoveri, elettroshock e pillole.

La campana di vetro viene pubblicato un mese prima della morte di Sylvia Plath, è un’opera lucida e poeticamente spietata, piena di consapevolezza. La consapevolezza di sentirsi schiacciate sotto una “campana” che protegge e soffoca, campana sociale ma anche mentale, che fa sentire la protagonista «come un cavallo da corsa in un mondo senza piste». La scrittura diventa allora l’unica ancora di salvezza, l’unico momento di pace dalla propria mente soffocante, a sua volta soffocata da una società spietata e borghese.

È proprio con la scrittura che Sylvia Plath ha voluto trovare un ultimo attimo di pace e lanciare un ultimo grido prima di rompere quel vetro, la mattina dell’11 febbraio 1963.

Orlo

La donna è a perfezione.
Il suo morto

Corpo ha il sorriso del compimento,
un’illusione di greca necessità

scorre lungo i drappeggi della sua toga,
i suoi nudi

piedi sembran dire:
abbiamo tanto camminato, è finita.

Si sono rannicchiati i morti infanti ciascuno
come un bianco serpente a una delle due piccole

tazze del latte, ora vuote.
Lei li ha riavvolti

Dentro il suo corpo come petali
di una rosa richiusa quando il giardino

s’intorpidisce e sanguinano odori
dalle dolci, profonde gole del fiore della notte.

Niente di cui rattristarsi ha la luna
che guarda dal suo cappuccio d’osso.

A certe cose è ormai abituata.
Crepitano, si tendono le sue macchie nere.

Sylvia Plath

Marta Vassallo per MIfacciodiCultura

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