Le affascinanti contraddizioni di Fëdor Dostoevskij

0 1.864

Nichilista prima, intellettuale conservatore poi. Progressista in Memorie dalla casa dei morti, reazionario in Diario di uno scrittore. Letterato, eppure filosofo. Le contraddizioni sono forse l’elemento più affascinante del pensiero di Fëdor Dostoevskij (Mosca, 11 novembre 1821 – San Pietroburgo, 9 febbraio 1881). André Gide, premio Nobel per la letteratura, scrisse che le opere di Dostoevskij sono le più cariche di pensiero e riflessioni filosofiche che esistano, pur essendo romanzi. Nei suoi lavori filosofia e letteratura si compenetrano mettendosi l’una al servizio dell’altra, perché se la filosofia è riflessione sull’esistenza allora è dall’esistenza stessa – e dai suoi racconti – che deve nascere. Il trait d’union di tutti i suoi romanzi, racconti e saggi è lo scontro etico tra bene e male e le scelte che l’uomo è chiamato a fare in virtù della concessione del libero arbitrio da parte di Dio.

Le affascinanti contraddizioni di Fëdor Dostoevskij

Per comprendere come si è sviluppato il pensiero di Fëdor Dostoevskij è necessario conoscerne la vita. Nato l’11 novembre 1821 da un medico militare di famiglia nobile e una ricca figlia di commercianti amante della musica, Dostoevskij cresce educato alla lettura e alla religione dalla mamma, ma costretto dal padre ad una rigida formazione matematica e militare. Nonostante venga iscritto alla Scuola Superiore del genio militare di San Pietroburgo per studiare ingegneria, il suo talento letterario non fatica a sbocciare, tanto che a soli 24 anni Dostoevskij pubblica il suo primo romanzo, Povera gente, in cui rivela quello che sarà uno dei temi centrali della sua produzione successiva: la sofferenza degli uomini degradati e incompresi. Nello stesso periodo entra a far parte di un circolo letterario sovversivo di stampo socialista e, quando lo stesso viene dichiarato fuorilegge, Dostoevskij viene arrestato e condannato a morte. Il giorno dell’esecuzione però lo zar Nicola I decide di commutare la pena capitale in quattro anni di lavori forzati in Siberia. È in questi anni che Dostoevskij riscopre i valori del cristianesimo ortodosso allontanandosi dalle posizioni politiche prima appoggiate. La critica al socialismo si fa aspra al punto in cui lo scrittore uscito dal carcere fonda una rivista letteraria in cui spesso e volentieri si scaglia contro i nichilisti, accusati di destabilizzare la situazione politica russa e di negarne i valori col loro ateismo.

In questo stesso periodo la produzione letteraria di Dostoevskij diventa quasi febbrile e si arriva alla pubblicazione dei suoi grandi romanzi: Memorie del sottosuolo, Delitto e castigo, L’idiota, I demoni e I fratelli Karamazov, ultimato poco prima della sua morte improvvisa. L’idea alla base delle sue opere è l’abuso della libertà concessa da Dio da parte dell’uomo: l’uomo nasce tragicamente libero e dotato di ragione per poter discernere tra bene e male. Questo però porta a una deriva superomistica – che anticipa il pensiero nietzschiano – che spinge l’uomo ad autodeterminarsi rinnegando Dio e conducendolo alla miseria.

Se Dio non esiste, tutto è permesso.

I fratelli Karamazov

Dostoevskij vede nella sofferenza l’unica possibilità di riscatto: il dolore è partecipazione alla sofferenza di Cristo, il dolore è l’unico tratto che può accomunare l’uomo a Dio.

I fratelli Karamazov è considerato l’autobiografia spirituale di Dostoevskij in quanto i tre fratelli simboleggiano le tre tappe del suo cammino morale. Il dibattito sulla fede, i dubbi di Ivan Karamazov, la non accettazione della sofferenza del mondo sono interrogativi che hanno accompagnato l’uomo per tutta la sua esistenza, e che ancora oggi rendono quest’opera di grande attualità.

Federica Caricilli per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.