Sebastião Salgado, dalla condizione umana alla forza della natura

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Sebastião Salgado
Sebastião Salgado

Sebastião Salgado (8 febbraio 1944), nasce ad Aimorés, in Brasile, in una grande tenuta agricola immersa nel verde della foresta pluviale, un ambiente ancora fortemente in contatto con la natura.

Non arriva alla fotografia prima dei trent’anni infatti studia economia in diverse università del Brasile e dopo il matrimonio, con quella che sarà ed è tuttora la sua compagna di vita, Leila, decide di trasferirsi a Parigi, a causa anche delle difficili condizioni politiche in cui versava il Brasile all’epoca. Nella Capitale francese lavora come economista per alcune banche di investimenti e di finanziamenti allo sviluppo: sarà proprio questa professione che lo porterà a lavorare in diversi luoghi del mondo, molti dei quali afflitti dalla guerra e dalla povertà. Proprio questi scenari desolati dove l’uomo è sopraffatto dalla natura e dalla miseria, porteranno la fotografia nella vita di Salgado.

Sebastião molla tutto per la fotografia, si immerge in essa usandola come specchio del mondo, un mondo fatto di minoranze ed angoli rimasti vergini lontani dalla “civilizzazione” e dalla contaminazione industriale, ma che vivono la disperazione e la malattia ogni singolo giorno. Salgado diventa una sorta di fotografo-antropologo e lavora con la celebre agenzia Magnum Photogrphy, fondata da Robert Capa e alla quale collaborò anche Cartier-Bresson.

Dopo anni di lavoro che lo consacrano come uno dei più grandi fotoreporter della storia della fotografia, arriva in Ruanda dove la morte e la disperazione della gente lo affliggono, lo perforano. Negli scatti di questi anni Salgado ci ripete come l’uomo sia una sorta di cannibale, che per vivere sfrutta la natura ed i suoi simili, è l’uomo la bestia più temibile di tutte.

Migliaia sono le anime catturate da Salgado col suo occhio meccanico: il dolore entra nel suo organismo e lo fa ammalare, è costretto a tornare in Brasile, per tornare a vivere.

È l’inizio del nuovo millennio quando Sebastião torna nella sua casa natale e la trova desolata: la foresta nella quale era immersa l’abitazione non esiste più ed è questo il nuovo punto da cui partire per rinascere. Insieme alla moglie decide di reintegrare la vegetazione della foresta,  pianta gli alberi scomparsi, riscopre la natura, si rivoluziona, entra in simbiosi con essa e con lo stato dell’uomo all’epoca della genesi.

Lo stesso Salgado in questo momento nasce nuovamente:

E la vita è iniziata a tornare, e avevo un gran desiderio di tornare alla fotografia, di fotografare di nuovo. E questa volta, il mio desiderio non era più fotografare solo un animale che avevo fotografato per tutta la vita: noi. Volevo fotografare gli altri animali, fotografare i panorami, fotografare noi umani, ma noi dall’inizio, quando vivevamo in equilibrio con la natura.

Lo scenario cambia, le immagini si riempiono dell’immensità della natura e del rapporto intimo che l’uomo, in alcune parti del globo conserva ancora. Per Sebastião Salgado è la natura il carburante essenziale per l’uomo. Non solo un grande fotografo quindi, ma anche attivo sostenitore della natura e degli esseri viventi, che ha cercato di preservare e, quando possibile, integrare ciò che il paradosso della “civilizzazione” ha distrutto. Coi suoi scatti evocativi ci rende partecipi del mondo, ci dona i suoi occhi mostrandoci le nostre origini e sottolineando come la civilizzazione ci abbia allontanato dalla “madre” senza la quale non potremmo esistere: la Terra.

Federico Rodegher per MIfacciodiCultura

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