Geolocalizzare il paesaggio: l’artista Manuel Grosso e lo “strappo” di porzioni di città

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Geolocalizzare il paesaggio: l’artista Manuel Grosso e lo “strappo” di porzioni di città

Manuel Grosso nella prima personale milanese, Fragmenta, presenta 15 opere territoriali estrapolate dai paesaggi friulani in mostra a Milano presso il Circolo Quadro.

Le opere scultoree esposte accavallano e palesano la sovrapposizione tra pittura e scultura, tra urbanistica e paesaggistica “simil digitale”. Grosso, che ha conseguito una formazione artistico – filosofica, seleziona tracce urbane note e al contempo sconosciute. Nell’atto di catturarle divengono, in una più ampia visuale, registrazioni di luoghi e posizioni. Le aree friulane, dalla battigia di laghi e fiumi ai monti, sono la legittimazione dello strappo: antico metodo utilizzato nel 1700 per distaccare pitture murali.

La tecnica rielaborata personalmente dall’artista si serve di schiume poliuretaniche, panni, cartoni o altri materiali poveri. Il trattamento di queste superfici avviene prima in loco tramite la tecnica dello “strappo” e successivamente in studio. Lì, presso il suo atelier, accade l’atto trasformativo ed evolutivo: applica con minuzia chimica dei pigmenti che fanno emergere porzioni più o meno visibili delle aree “strappate”. La traccia territoriale diviene così opera d’arte e si caratterizza, si struttura nel processo completo. Questi procedimenti gli consentono di convertire un paesaggio transitorio, un’orma passeggera in un istante cristallizzato, immobilizzato. Difatti, nell’atto artistico e insieme analitico di selezione e lavoro delle superfici, lo “strappo” trasporta nell’opera finita, tutti quegli elementi fisici della terra e della natura. Diviene un’operazione complessa e al contempo ricca di rimandi.

Ciò che rimane è l’essenza, l’anima del cogliere ciò che è, ma anche ciò che è destinato forse a non esserci poco tempo dopo.

La città odierna ha sempre meno pazienza – come ci ricorda Leonardo Benevolo nel suo fondamentale La fine della città – il paesaggio è inscritto in un momento spesso intangibile. Tutto può cambiare e anche velocemente, perdendone traccia.

I protagonisti che contribuiscono alla costruzione delle città nella scena attuale, configurano i luoghi con la forsennata corsa al dominio degli individualismi. La spia è la tendenza alla ripetizione e mentre tutto si somiglia – sia nelle pratiche che fanno le città che nel paesaggio urbano calzante – si annaspa nella ricerca del nuovo e principalmente nell’auto attribuzione del nuovo, per emergere. Il sistema delle archistar è un esempio che evidentemente si discosta da quella che viene chiamata architettura moderna, accostandosi più facilmente all’advertising. Ci ricorda un modello in cui l’ego ha il suo dominio, ricadendo, volentieri o meno nel mercato delle tendenze ideologiche dominanti.

Il problema dell'”esserci” pare essere complesso e riguardare la società attuale in una lettura sociologica talvolta preoccupante. I promotori dell’innovazione digital ci consentono questo egocentrismo individuale, diffuso grazie alle possibilità di geolocalizzare opere, oggetti e ovviamente persone.

Mentre sotto alcuni aspetti può risultare evidentemente efficace, per altri pare che l’ansia della “presenza rintracciabile” sia promotrice generale della rinomatissima evoluzione, termine ormai più che inflazionato.

L’atto di conservare, di ricordare pare debole ed a volte inefficace se rimane fino a se stesso e cioè se non si trasforma in un prodotto “nuovo”. Ecco che Manuel Grosso nell’atto del tracciare fili di congiunzione tra paesaggio e memoria ci dona un richiamo di riflessione profondo. Abbraccia il suo paesaggio di cui è originario e lo racconta, preservandolo da ciò che accadrà e da quell’inevitabile progresso o sviluppo. Con delicatezza ci fa porre lo sguardo sul materico e cioè sugli elementi che caratterizzano ogni porzione di paesaggio o traccia di vita, oggetti sepolti il cui destino li avrebbe evidentemente con il tempo collocati in uno spazio sottile di memoria fino a perdersi.

Manuel Grosso – Fragmenta
A cura di Ivan Quaroni
Circolo Quadro, Milano
Dal 3 febbraio al 17 marzo 2017

Simona La Neve per MIfacciodiCultura

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