Charlot: quando per essere immortali non servono parole

0 967

Charlot: quando per essere immortali non servono parole

Quando vediamo un personaggio che indossa una bombetta stretta, una giacca troppo piccola, baffetti, pantaloni  larghi, e che rotea un bastone, immediatamente non può non venirci in mente una delle figure più famose, amate e influenti del cinema americano: Charlot. La maschera è stata ideata da uno dei più grandi attori di tutti i tempi: Charlie Chaplin (Londra, 16 aprile 1889 – Corsier-sur-Vevey, 25 dicembre 1977).

L’attore un giorno, deluso dall’insuccesso del suo primo film per la Keystone Per guadagnarsi la vita, pellicola in cui impersonava un aspirante giornalista a caccia di scoop, entra nei camerini degli Studio e raccoglie da terra alcuni indumenti dei suoi colleghi. Dalla mescolanza di varie taglie e stili nasce Charlot, che presenterà per la prima volta sulle scene il 7 febbraio 1914, nella pellicola cinematografica  Kid auto races in Venice. 

Il film, che dura non più di 6 minuti, mette in scena  una gara automobilistica. A intralciare la ripresa è un piccolo uomo che, con il suo bastone, la camminata buffa e la sigaretta in bocca, cerca in ogni modo di farsi riprendere dalla telecamera.

Inizialmente egli incontra il disappunto della folla spettatrice della gara, la quale è davvero infastidita: infatti, l’uomo rischia più volte di farsi investire dalle auto. Tuttavia, man mano che l’esibizione continua, caratterizzata da pose buffe che cercano di ricreare un atteggiamento da vero “gentleman” (sebbene gli abiti improbabili lo smentiscano) la folla comincia a ridere divertita di fronte quel piccolo uomo buffo che viene più volte spintonato dal “cameraman” che cerca di filmare l’evento.

Ciò che sorprende è la spontaneità con cui avviene la scena. Infatti, il film viene girato al  secondo evento annuale Pushmobile Parade l’11 gennaio 1914, in circa quarantacinque minuti. Perciò, le reazioni del pubblico sono autentiche e sono servite alla produzione per testare la comicità del personaggio.

Charlot nasce un po’ per caso: difatti, dichiara Chaplin

Volevo qualsiasi cosa fosse in contraddizione (..) Non avevo nessuna idea del personaggio. 

Ma dopo che ebbe raccolto i vari indumenti, nel momento stesso in cui li ebbe indossati, capì subito quale sarebbe stata la sua storia. L’evidente discordanza, il suo stile così disomogeneo, (egli nei paesi anglofoni è conosciuto come The Tramp, vagabondo, proprio per questo stile) ma soprattutto il suo comportamento meritano di essere analizzati. Infatti, Chaplin afferma  a proposito del personaggio

Quel modo di vestire mi aiuta a esprimere la mia concezione dell’uomo medio, dell’uomo comune, la concezione di quasi tutti gli uomini, di me stesso.

Charlot è l’emblema dell’uomo qualunque negli anni Venti e Trenta, rappresentato al meglio in film come Vita da cani, dove corre il parallelo tra Charlot e un cane, vivendo essi nel medesimo modo; oppure in Tempi moderni, dove Chaplin smette per un attimo gli abiti del personaggio che lo ha reso famoso, per interpretare quelli di un operaio, assorbito all’interno della macchina produttiva al punto da riproporre anche in pausa pranzo i movimenti compiuti in catena.

Ma, alla fine, Charlot riesce a venirne fuori in maniera positiva, secondo la mentalità americana intrisa di calvinismo e ottimismo. Infatti i due film sopra citati si concludono con Charlot che riesce  a trovare una donna con cui fuggire e vivere, che lo accetta così com’è.

Egli cerca di affrontare coraggiosamente il mondo, di andare avanti a forza di bluff: e di questo è consapevole. Ne è così consapevole che riesce a ridere di se stesso e anche a commiserarsi un po’ .

Perciò Chaplin, nella nascente Hollywood, mette in atto inconsapevolmente la spettacolarizzazione della società, sebbene con intenti anche di critica, contribuendo alla crescita di quella che Debord chiama La Società dello spettacolo, titolo dell’opera del 1967, che inizia asserendo che  «l’intera vita delle società, in cui dominano le moderne condizioni di produzione, si annuncia come un immenso accumulo di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in  una rappresentazione».
A tale paradigma non sfugge neanche il Charlot di Chaplin: infatti,la denuncia sociale delle condizioni americane di quegli anni trova spazio nel nuovo media.  «Lo spettacolo sottomette gli uomini viventi nella misura in cui l’economia li ha totalmente  sottomessi. Esso non è altro che l’economia sviluppantesi per se stessa. È il riflesso fedele della produzione delle cose e l’oggettivazione infedele dei produttori». Quindi anche la denuncia diviene spettacolo, al punto tale che anche essa viene inglobata all’interno dell’economia e sempre in maniera minore svolge il compito per cui era stata progettata. Lo spettacolo si identifica totalmente con la vita umana, d’altronde, come scrive la Arendt ne La vita della mente «non esiste in questo mondo nulla e nessuno per il cui essere stesso non presupponga uno spettatore. In altre parole, nulla di ciò che è, nella misura in cui appare, esiste al singolare: tutto ciò che è è fatto per essere percepito da qualcuno».

E proprio agli spettatori, all’umanità intera è rivolto il discorso finale che Chaplin tiene ne Il grande dittatore, nel quale, in piena guerra, egli augura un periodo di pace, nel quale anche questo male e questi dittatori spariranno. Invita a essere coesi, a non obbedire a chi ci dice di uccidere il nostro fratello,

Non cedete a dei bruti, uomini che vi comandano e che vi disprezzano, che vi limitano, uomini che vi dicono cosa dire, cosa fare, cosa pensare e come vivere! Che vi irregimentano, vi condizionano, vi trattano come bestie! Voi vi consegnate a questa gente senza un’anima! Uomini macchine con macchine al posto del cervello e del cuore. Ma voi non siete macchine! Voi non siete bestie! Siete uomini!

È anche per questo che, quando vediamo Charlot, un sorriso si distende sulle nostre labbra.

Edoardo Poli per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.