One Hour Photo – Vivian Maier: l’incredibile storia della bambinaia fotografa

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One Hour Photo – Vivian Maier: l’incredibile storia della bambinaia fotografa

Immaginate di dover scrivere un libro sulla vostra città: avrete bisogno di immagini che la ritraggano in epoche diverse. Andate ad un’asta alla ricerca di qualsiasi fotografia utile e ottenete uno scatolone colmo di negativi. Siete i primi a svilupparli, non sapete nulla dell’autore delle fotografie ma sin da subito vi accorgete di avere tra le mani immagini potenti, significative, da mostrare al mondo. Le condividete sui social network riscuotete tale successo da essere citati persino dal New York Times. Tra i negativi trovate un nome: Vivian Maier (New York, 1° febbraio 1926 – Chicago, 21 aprile 2009). Non potete fermarvi: dovete scoprire di più.

È questa la storia di John Maloof, giovane statunitense che ha portato alla luce una delle figure attualmente più conosciute nel campo della street photography. Un’instancabile ricerca rivela l’identità di Vivian Maier: una bambinaia, nata a New York nel 1926.

Nei suoi molti autoscatti Vivian appare alta, corpulenta, con un viso dai lineamenti severi. Al collo porta sempre una Rolleiflex, sua inseparabile compagna: una macchina fotografica particolare che, grazie al meccanismo che prevede l’inquadratura del soggetto dall’alto, le permetteva di fotografare le persone da molto vicino senza essere troppo notata. Bambini, fotografie e viaggi, questi gli elementi costanti nella vita della Maier. I bambini di cui si è occupata, ormai adulti, sono stati incontrati e intervistati da John Maloof, che ha voluto rendere visibili le sue scoperte tramite un documentario, Alla ricerca di Vivian Maier, nominato all’Oscar per il Miglior documentario nel 2015.

One Hour Photo - Vivian Maier: l'incredibile storia della bambinaia fotografaLa Maier non era sempre una brava bambinaia: alcuni intervistati raccontano episodi spiacevoli e rivelano un lato oscuro e tormentato della donna. Non era felice, nemmeno serena: sicuramente era sola. I conoscenti raccontano la sua ossessione verso gli oggetti: vecchi biglietti del pullman, piccole calamite, montagne di giornali, cassette con registrate voci sconosciute, vestiti, scarpe, tutto è stato trovato nei suoi scatoloni, oltre a migliaia di negativi. La Maier ha cercato di ordinare in tutti i modi la realtà, di accumularla, di descriverne i protagonisti più comuni. Lo ha fatto silenziosamente, senza aspirare alla fama: prima della scoperta di John Maloof nessuno aveva idea di quali fossero le capacità artistiche della fotografa. Dopo un primo rifiuto per una mostra, la Maier aveva deciso di tenere tutto il suo lavoro per sé.

I negativi delle sue foto rivelano che ad ogni soggetto corrispondeva un solo scatto, senza alcuna possibilità di verifica della buona riuscita dell’immagine. Eppure le sue opere sono nitide, pulite, ben inquadrate: una tecnica impeccabile. I soggetti sono eterogenei: ricche signore nelle loro pellicce, bambini di tutte le età, persone ai margini della società. Per queste ultime la Maier aveva una vera vocazione: spesso si recava appositamente nelle zone più degradate delle città e con la sua macchina immortalava il dolore e la povertà. Due condizioni che la stessa Maier vive sulla sua pelle: la fotografa morirà nel 2009, sola, malata e senza i suoi negativi, abbandonati in un garage di cui la non può pagare l’affitto.

Guardando le sue foto si ha l’impressione di avere di fronte i pezzi di un enorme puzzle maestoso, che tenta di rappresentare gli esseri umani in tutte le loro sfaccettature. Rimane da chiedersi cosa avrebbe pensato Vivian Maier di tutta la popolarità che oggi le appartiene; i più pensano che l’avrebbe certamente odiata.

Chiara Vitali per MIfacciodiCultura

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