La filosofia e le sfide del nostro tempo

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La filosofia e le sfide del nostro tempo

«La filosofia non è un “sapere”, ma un “atteggiamento”. L’atteggiamento di chi non smette di fare domande e di porre in questione tutte le risposte che sembrano definitive»

U. Galimberti

Il presidente irlandese Michael Higgins ha espresso la volontà di potenziare e promuovere l’insegnamento della filosofia nelle scuola del suo paese: non è una novità in merito alle riforme dell’istruzione, in quanto le parole rivolte alla nottola di Minerva dal capo di Stato non prendono, stavolta, le mossa da esigenze amministrative ministeriali, bensì da quella che appare un’intuizione personale sul valore della disciplina al di là di ogni discorso didattico o manageriale. Quello che fa pendere l’ago della bilancia dalla parte della rivalorizzazione della filosofia è il solo ricavo che la società potrebbe avere dalla stessa.

Higgins ha spiegato, infatti, che

L’insegnamento della filosofia è uno degli strumenti più potenti che abbiamo a nostra disposizione per far imparare ai ragazzi come comportarsi in maniera libera e responsabile in un mondo che è sempre più complesso, interconnesso e incerto.

Vengono messi in campo i terreni problematici che raramente nel passato recente si erano scandagliati: quello che il politico irlandese sembra aver colto è che la moderna economia e il sostrato che la regge, alla luce dell’alta complessità degli stessi, non sono più gestibili con strumenti meccanici e automatici, bensì esigono quella continua elaborazione critica e di apertura che proprio la filosofia fa primo aspetto della sua deontologia.

Molto ho già detto sul legame tra filosofia e complessità: quest’ultima è pensabile per comodità come una categoria che domina il nostro mondo, e precisamente come quella specifica categoria che ci fa capire ben poco dello spazio di vita che copriamo. Essa domina la realtà, e affermazioni come quelle di Higgins fanno pensare che si sia sulla buona strada per capire che il caotico e l’altamente problematico non possono essere controllati con strumenti di precisione e chiusura: la filosofia non ha l’equazione risolutiva delle bolle speculative, ma, a ben guardare, assieme a molte altre scienze umane, psicologia in primis, fornisce strumenti ulteriori di orientamento agli uomini, i quali risultano meno spaesati dinnanzi al catastrofico e al non calcolato in generale.

Non a caso la nozione si lega immediatamente a quella di “incertezza”: essa è a sua volta oscura ma, almeno in via di principio, intrinseca alla struttura umana. Incerto non è rischioso: se il rischio si presta al calcolo probabilistico mediante l’osservazione del passato, l’incerto si radica all’interno del pensiero umano e lo intacca in ogni esercizio, atrofizzandone spesso le energie. La filosofia avrebbe il merito, se praticata in forma sempre più ampia, di rendere consapevoli gli uomini dell’incertezza dominante: come sempre accade in filosofia, poter prendere le misure con una difficoltà è il primo passo per non farsi immobilizzare dalla stessa, pertanto misurarsi con l’incerto, col complesso, con l’interconnesso dà agli individui la possibilità di non farsi schiacciare dagli eventi e di rapportarsi ad essi in maniera attiva.

Quella del pensiero, capovolgendo un apparente paradosso, è in realtà la strada più eminentemente indirizzata all’intraprendenza, al fare, all’etica del lavoro sociale: fermarsi a pensare i cambiamenti e le questioni spigolose che essi spesso generano è l’unica mossa possibile per non rimanere impastoiati negli stessi.

Si è detto essere il nostro tempo un’epoca intrisa di sfide per le società: al di là dei giudizi valoriali sull’affermazione, la realtà fattuale è che la quotidianità ci propone con autoritarismo e violenza di attimo in attimo sempre nuove, complessità che ci fanno sentire giorno dopo giorno meno appaesati con il mondo che abitiamo, generando quell’alone di depressione e rassegnazione sociali che rappresentano l’odierno clima Europeo. La filosofia appare essere una spinta, un antidoto alla nostra ossessione per le risposte e un perfetto motore di domande: i compiti a casa per i bambini dell’Europa filosofica saranno l’elaborazione di nuovi modi di chiedersi quali sono i problemi che affliggono il loro tempo e la loro anima, lontani da quel processo stanco che invece oggi molti studenti sono costretti a fare, e consistente nel vano tentativo di applicazione di vecchie metodologie risolutive per i problemi più vari. Aprire nuove strade in luogo del rassegnarsi alle condizioni attuali: non un atto di prepotenza sul mondo, bensì un tentativo di connessione con lo stesso alla luce delle specifiche peculiarità umane.

Premettendo che un dibattito costruttivo su come insegnare la filosofia agli appartenenti alle diverse fasce d’età scavalcando le naturali (e non) difficoltà legate al linguaggio e al contenuto è prima doveroso e poi auspicabile, è almeno onesto dire, in ultima battuta, che in un Occidente che invoca interconnessione, apertura e innovazione ad ogni piè sospinto la promozione del fare filosofico non può che dare consistenza a quegli intenti fino ad oggi rimasti tali.

La Filosofia deve essere il motore che stimola l’uomo all’abbandono della mestizia interiore ed esteriore e al ritorno allo stupore vitale, cardine dei primi dialoghi filosofici della Grecia antica di Socrate e Platone.

Francesco Girolimetto per MIfacciodiCultura

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