L’incompleta verità sul rapimento di Giuliana Sgrena

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L’incompleta verità sul rapimento di Giuliana Sgrena

giuliana sgrenaEsattamente diciassette anni fa, il 4 febbraio del 2005, in Iraq veniva rapita la giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena, e nel mese seguente l’Italia avrebbe seguito con il fiato sospeso la cronaca di un sequestro estremamente confuso, in cui le logiche di potere si mischiarono al desiderio di liberare una connazionale. Desiderio che alla fine si è avverato, perché Giuliana Sgrena è tornata a casa, ma al prezzo della vita di Nicola Calipari, funzionario del Sismi (i servizi segreti italiani) rimasto vittima in uno scontro a fuoco del quale ancora oggi cui non sappiamo la completa verità. Poiché a sparare furono gli “amici”, gli americani.

Ci troviamo nell’Iraq post-invasione americana, che nel 2003, dimentichi dei principi di autodeterminazione dei popoli e guidati da false piste, guidarono un’alleanza che fece piombare il paese in una guerra civile durata circa un decennio, che fra l’altro permise ad Al-Qaida di instaurarsi stabilmente nel territorio. Nel 2005 il Paese, però, sembra stabilizzarsi, tanto che nel mese di  gennaio si tengono le prime elezioni dall’invasione del 2003: la guerriglia combatte contro le forze d’occupazione, mentre le tensioni tra sunniti e sciiti aumentano e gli attentati sono all’ordine del giorno. È in questo clima che numerosi giornalisti internazionali e funzionari stranieri vengono rapiti, spesso da gruppi facenti parte della “Resistenza irachena”, che chiedono in cambio della liberazione degli ostaggi riscatti o il ritiro delle truppe dei rispettivi paesi. Solamente l’anno prima del rapimento della Sgrena, nel 2004, nove italiani furono rapiti in Iraq: cinque di questi vennero liberati. Gli altri quattro uccisi.

Con le stesse dinamiche che il mese precedente avevano visto protagonista la giornalista di Libération Florence Aubenas, Giuliana Sgrena viene sequestrata a Baghdad da un gruppo di jihadisti iracheni, che immediatamente annunciano via web le condizioni del rilascio: le truppe italiane dovranno lasciare l’Iraq nelle seguenti 72 ore.

Questo è l’ultimatum imposto.

Da questo momento, è il caos più totale: mentre in Italia la febbrile macchina diplomatica inizia a lavorare per la liberazione della giornalista e l’opinione pubblica si mobilita, in Iraq il gruppo Ansār al-Islām, il principale gruppo jihadista presente sul territorio, facente capo ad Abu Mus‘ab al-Zarqawi, si lava le mani del rapimento, e il Consiglio degli Ulama sunniti lo condanna senza se e senza ma.

Sono giorni concitati quelli che seguono, perché le notizie sono nulle e si teme la morte della giornalista, finché il 16 febbraio, 14 giorni dopo il rapimento, non appare in un video. La macchina della società civile si rianima, e una manifestazione con mezzo milione di persone sfila per Roma chiedendo a gran voce la sua liberazione. Che finalmente arriva, il 4 marzo, frutto di un instancabile lavoro diplomatico e non del Sismi, condotto da Nicola Calipari.

Giuliana Sgrena avrebbe poi raccontato, dalle pagine del suo giornale, che quel venerdì 4 marzo 2005 fu «la giornata più drammatica della mia vita»: prima la gioia, quando ha saputo che sarebbe stata liberata, poi il viaggio verso l’aeroporto di Baghdad, il confuso passaggio da un’auto all’altra, bendata, finché finalmente non si ritrova in mani italiane. È Nicola Calipari, funzionario del Sismi che ha gestito le trattative del rilascio (nel quale si sospetta sia stato pagato un riscatto di oltre 3 milioni di euro), a salire in macchina con lei, mentre l’autista continua lungo la sorvegliatissima Routh Irish, piena di posti di blocco statunitensi.

Mancava meno di un chilometro mi hanno detto… quando… io ricordo solo fuoco. A quel punto una pioggia di fuoco e proiettili si è abbattuta su di noi zittendo per sempre le voci divertite di pochi minuti prima.

La giornalista ricorda così quegli attimi in cui la vettura venne investita da centinaia di proiettili americani, e Nicola Calipari che, facendole scudo con il suo corpo per proteggerla,  rimase ucciso dal fuoco amico.

giuliana sgrena
Un frame del video di Giuliana Sgrena che chiedeva la libertà

Cosa sia successo veramente, perché i soldati americani abbiano aperto il fuoco contro i loro alleati, molto probabilmente non lo sapremo mai: le due versioni, italiana e americana, sono molto discordanti, sia riguardo lo svolgimento dei fatti, sia riguardo le motivazioni. C’è chi sostiene che sia stato un complotto, e alcune affermazioni in seguito rilasciate da Giuliana Sgrena sembrano lasciarlo intendere. L’altra metà dell’opinione pubblica invece crede alla versione ufficiale dei fatti, secondo la quale si sia trattato di un terribile incidente, dovuto al fatto che i soldati americani non fossero stati informati del passaggio della vettura italiana.

Quel che è certo è che Mario Lozano, il soldato americano imputato dalla Procura di Roma per l’omicidio di Calipari e il ferimento della Sgrena, verrà giudicato non processabile in quanto sotto la giurisdizione americana, e che il rapporto italiano, sotto pressione del governo Berlusconi, sulla tragedia fu “rimaneggiato” per non incrinare del tutto le relazioni con Washington, come si evince dai documenti rilasciati da Wikileaks nel 2010.

Facendo un salto temporale di dodici anni, nel 2017, il lavoro del giornalista si rivela ancora una volta pericoloso: secondo l’ultimo rapporto di Reporter Senza Frontiere, lo scorso anno sono stati 74 gli operatori dell’informazione uccisi, di cui 19 solo in Siria, mentre 259 sono finiti in carcere per motivi legati alle loro attività.

Un lavoro pericoloso, ma necessario, per raccontare al mondo intero gli orrori della guerra, le ingiustizie e tutte quelle situazioni che, senza di loro, rimarrebbero ignorate – e impunite.

Margherita Scalisi per MIfacciodiCultura

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