I film drammatici che il pubblico non vuole

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I film drammatici che il pubblico non vuole

I film drammatici che il pubblico non vuoleIn pochi conoscono Dok Leipzig, festival tedesco dedicato film e documentari fondato nel 1955, eppure è una delle rassegne più importanti al mondo. Peccato che a causa dei toni fortemente drammatici e sofisticati delle pellicole in proiezione, attiri quasi esclusivamente persone del settore. Che il pubblico in fondo non ami i film troppo drammatici?

La Germania vanta una delle migliori produzioni di documentari del mondo, con alle spalle un sistema produttivo mantenuto stabile da ingenti finanziamenti sia pubblici che privati. Eppure la mancanza più importante in questo rodato meccanismo è il pubblico. A confermarlo sono i dati: nel 2015 su 137 documentari tedeschi usciti nelle sale, i biglietti acquistati sono stati l’1% soltanto. Un dato sconcertante, se pensiamo che la platea è elemento costitutivo del sistema cinematografico.

Durante l’adolescenza mi sono sempre sforzata di guardare tutti i drammi in uscita nelle sale. Per amore della cultura, sia chiaro. Ricordo ancora il giorno del mio diciassettesimo compleanno: gennaio pieno e febbre a 39. Per amore del cinema impegnato ho guardato Amores Perros del regista messicano Iñárritu. Elogiato dalla critica e dalle riviste di settore, non potevo non guardarlo. Risultato? Il peggior compleanno della mia vita. Fregata sì,  ma una volta soltanto. Da qual momento prima di guardare un film leggo almeno 5 recensioni: se sono troppo positive, il film lo scarto a prescindere.

Iñárritu resta comunque uno dei miei registi preferiti, ma è un’eccezione. I registi oggi sembrano provare piacere nel mostrare la vita sul grande schermo ancora peggiore di come sia in realtà. Anche nei film più insospettati, commedie romantiche dalla palette cromatica color pastello, è spesso il finale a sorpresa a far rimontare il numero di stelline dorate date dalla critica. Drammi come P.S. I love you, Le pagine della nostra vita e quant’altro vorrei evitare di nominarli, sebbene ad un certo tipo di pubblico sembrino piacere. Ma non è possibile creare un prodotto che sia culturalmente e visivamente di un certo valore senza cadere necessariamente nel dramma più auto-lesionistico? Per intenderci, penso che saremmo tutti più felici se avessimo più pellicole alla Bastardi senza gloria e meno produzioni alla Il bambino con il pigiama a righe.

Il cinema come lo intendiamo noi oggi è nato il 28 dicembre 1895, grazie ad un’invenzione dei fratelli Lumière nel Gran Cafè del Boulevard des Capucines a Parigi.  Il primo film proiettato fu invece La sortie de l’Usine Lumière à Lyon. I passi fatti in avanti da quel momento sono sconvolgenti. In termini di tecnologia sembra passato un millennio e ci viene da sorridere se ripensiamo alle prime pellicole in bianco e nero mentre guardiamo un colossal Hollywoodiano che trabocca di effetti speciali. Eppure quello che mi colpisce di più, è come si sia perso di vista il fine originario di questo grande mezzo che è il cinema, ovvero intrattenere il pubblico, così che anche i lavoratori del ceto medio potessero svagarsi a fine giornata magari in compagnia della propria famiglia. Oggi andare al cinema in molti casi si configura come la premessa di un’ora di tortura psicologica. Se è vero che molti studi (ebbene sì, ci sono ricerche sull’argomento) dimostrano che guadare film drammatici induca il nostro cervello a produrre endorfine, e quindi a farci sentire più felici, penso che la questione sia invece molto soggettiva.

Film drammatici fino al midollo sono giustificati solo da intenti del regista o dello sceneggiatore ben precisi, e soprattutto tanta tanta abilità. L’arte di fare cinema è complessa. Non basta avere una telecamera in mano ed una troupe alle spalle per essere un regista. Non basta prendere spunto dal primo dramma che vediamo guadando fuori dalla finestra per avere una storia. I clochards, i malati terminali, gli orfani, i disabili, gli ebrei deportati, gli incidenti aerei non sono storie, sono cronaca, scorci di vita difficile, errori della storia, ingiustizie, ma non sono automaticamente un film di spessore. Questo deve essere chiaro. Ho sentito spesso documentaristi o registi alle prime armi lamentarsi che nessuno segue il loro lavoro, che il pubblico non capisce. «Il pubblico non capisce». Non ho mai sentito un’affermazione più insensata. Il pubblico capisce benissimo e soprattutto capisce che per guardare su uno schermo gigante le disgrazie di altri, allora queste devono davvero essere trattate magistralmente. Penso a Rain Man, a Forrest Gump, a Million Dollar Baby. Penso a Qualcuno volò sul nido del cuculo, a C’era una volta in America, a La 25ora. Film senza dubbio drammatici, ma non solo. Ciò che comunicano va molto oltre la pietà o la compassione o la tristezza. La tragedia deve essere un mezzo, non un fine; una componente, non un nucleo; una sfaccettatura, non una totalità.

Prendendo nuovamente per esempio Iñárritu, possiamo dire che la sua grandezza non sta necessariamente ne La Trilogia sulla Morte di cui fanno parte Babel e 21 grammi insieme al sopra citato Amores Perros. La sua grandezza sta nell’aver osato addentrarsi in una trilogia di film drammatici che smuove l’animo anche dell’individuo più insensibile e nell’aver poi creato un film come Birdman, che rientra nel genere della commedia, mantenendo lo stesso (se non maggiore) livello qualitativo. La bravura di un regista è proprio questo. Fare film drammatici è troppo facile.

Chiara Parodi per MIfacciodiCultura

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