Sofonisba Anguissola: sublime pittrice, maestra del ritratto

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Il 2 febbraio del 1532 a Cremona nasceva la pittrice Sofonisba Anguissola. Originaria di una nobile famiglia Piacentina, dai limitati mezzi economici, l’artista era la primogenita di Amilcare Anguissola e di Bianca Ponzoni. Il padre di Sofonisba, Amilcare, sempre incoraggiò le abilità artistiche delle figlie in quanto egli stesso era amante dell’arte e un disegnatore dilettante, e concesse loro la possibilità di studiare letteratura, pittura e musica, ma fece di più promuovendone la notorietà (la Biblioteca Laurenziana di Firenze conserva ancora sue lettere indirizzate tra il 1557 ed il 1558 al grande Michelangelo).

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Autoritratto alla spinetta, 1555

A Sofonisba fu tuttavia precluso lo studio della matematica, della prospettiva e dell’impegnativa tecnica dell’affresco.
Studiò presso la bottega del maestro cremonese Bernardino Campi e Bernardino Gatti successivamente. Rimase in ottimi rapporti con il suo primo insegnante, con il quale intrattenne rapporti epistolari per tutta la sua vita.
Sofonisba fu la prima pittrice italiana a conoscere vera fama internazionale. Nel 1559 approdò alla corte di Filippo II di Spagna, divenendo la ritrattista della famiglia reale, e vi rimase fino al 1568 anno di morte della sua protettrice la regina Elisabetta, di cui era divenuta dama di corte e confidente.
Proprio per la sua abilità di ritrattista, la pittrice Cremonese, fu tanto apprezzata ai suoi tempi: introdusse vari elementi di novità, trasformandola talvolta in pittura di genere, come nella Partita a scacchi, che ritrae con vivezza tre delle sorelle Anguissola.

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Fanciullo punto da un gambero, 1555

Con Sofonisba il ritratto non è solo l’immagine della persona ma accenna anche alla sua storia, infatti, accanto ai volti straordinariamente somiglianti, «tanto ben fatti che pare che spirino e siano vivissimi» come li descrisse il Vasari, dopo aver visto nel 1566 i ritratti di famiglia in casa Anguissola. La pittrice dipinse spesso con minuzia descrittiva elementi che, come pezzi di un puzzle, aiutano a ricomporre la personalità del soggetto raffigurato: un medaglione, un libro aperto, un guanto, un gioiello, uno spadino, secondo l’approccio tipico della ritrattistica cinquecentesca, ma con un naturalismo diretto.
Indimenticabile è l’intensità degli sguardi e la capacità espressiva dei visi, sui quali Sofonisba si esercitò molto sin da giovanissima, basandosi sulla teoria Leonardesca dei moti dell’animo, il riso ed il pianto, fino ad allora poco considerati in ambito ritrattistico. Significativo a questo proposito il disegno di un bimbo che piange perché morso da un gambero, al quale molto probabilmente si sarebbe ispirato Caravaggio per il suo Ragazzo morso da un ramarro.

Morì il 16 novembre 1625 a Palermo, città in cui trascorse gli ultimi anni della sua vita assieme al secondo marito Orazio Lomellini, affetta da quasi totale cecità. In quel periodo le fece visita un ammirato Anton Van Dyck che ne schizzò la figura in un disegno e che ebbe a dire:

Ho ricevuto maggiori lumi da una donna cieca che dallo studiare le opere dei più insigni maestri.

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Le sorelle della pittrice Lucia, Minerva e Europa Anguissola giocano a scacchi, 1555

Sofonisba non fu mai pagata con denaro per le sue prestazioni artistiche, ma con beni e rendite annuali spesso intestate prima al padre, e successivamente, ai suoi due mariti. Nonostante ciò grazie al contributo della pittrice, anche l’altra metà del cielo è riuscita, nel tempo, a conquistarsi una dignità artistica e il riconoscimento professionale in un ambiente, fino ad allora, dominato da uomini. In quegli anni si registrano quaranta donne artiste attive, in diversi ambiti.

Sofonisba fu una pioniera, probabilmente anche inconsapevole, del movimento femminista, fu figura di riferimento a cui molte donne si ispirarono, soprattutto durante i moti rivoluzionari di inizio ‘900.

Camilla Ghellere per MIfacciodiCultura

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