Silvana de Mari e i gay “nuovi nazisti”: come difendere l’omosessualità?

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Silvana de Mari e i gay “nuovi nazisti”: come difendere l’omosessualità?

Silvana de Mari
Silvana de Mari

Qualche settimana fa, i media avevano riportato le dichiarazioni di una psicoterapeuta, Silvana de Mari, che aveva definito l’omosessualità una “malattia”. In un’intervista concessa alla Stampa la donna ha sostenuto di nuovo le sue posizioni, definendo i gay come una «razza ariana», della quale sarebbe vietato «parlar male», «criticare» o «esprimere la propria opinione al riguardo». Come nuovi nazisti, appunto, che imporrebbero «il pensiero unico». Nell’articolo, la psicoterapeuta ha inoltre spiegato come l’omosessualità si diffonderebbe per «contagio», proprio come accade per i virus. E, per giustificare queste sue tesi, la de Mari si appella addirittura a Paolo di Tarso, il quale, attaccando nelle sue lettere gli omosessuali, le darebbe tutto il diritto di essere «omofoba» e di sentirsi in piena coscienza tale, poiché cristiana. E di ergersi, inoltre, come paladina della «libertà di parola» e della «libertà di stampa».

La difesa degli omosessuali tentata in questo articolo può iniziare con un’immagine. Nella Divina Commedia, il sommo poeta Dante immagina, colloca e descrive, in uno dei gironi infernali, i cosiddetti “ignavi“, coloro che nella vita non seppero mai prendere una posizione su nulla e che, per la legge del contrappasso, sono condannati per l’eternità a correre dietro ad una bandiera. Non “schierarsi” in una questione come quella che sarà discussa in questo pezzo implica il rischio, per ciascuno, di essere giudicato, e forse anche di sentirsi, come un “ignavo“. Un individuo, cioè, a cui non importa nulla di ciò che è in gioco in una situazione come questa, e che magari segue l’opinione della “massa”. E invece la questione è molto importante, perché molto vi è in gioco in essa: i diritti LGBT.

È necessario sgomberare il campo dalle contraddizioni e dagli errori insiti in queste esternazioni. Errori talmente evidenti da suscitare stupore per la loro ingenuità. Ingenuità che si sospetta legata a doppio filo con l’ignoranza, seppur rivestita da un’aura intellettuale.

In primo luogo, sul versante più psicologico. Quanto affermato da de Mari, che l’omosessualità sia una malattia, o meglio un‘alterazione dell’identità sessuale di genere, è stato, in passato, sostenuto dalla psichiatria. Ma “in passato”, appunto. Le ricerche più moderne hanno smentito questa tesi, che quindi si è rivelata essere falsa, tanto da aver tolto l’omosessualità dalle malattie nel DSM. Gli omosessuali non soffrono di alcuna turbe psichica, di alcun disturbo alla loro identità sessuale di genere e sostenere, oggi, una tesi contraria denota, in chi la ammette, l’ignoranza dei risultati più recenti del dibattito psichiatrico. E, per una psicoterapeuta, non è il massimo.

In secondo luogo, per quanto concerne l’aspetto più filosofico delle tesi sostenute. De Mari sottolinea che l’omosessualità sarebbe “contagiosa“. Ciò significa: anche chi non è gay o lesbica, frequentando un gay od una lesbica lo diventa. Non è così. L’omosessualità non è una caratteristica dell’identità sessuale solo “culturale“, ossia solo dipendente dall’ambiente in cui una persona si trova. Se fosse così, ogni persona che frequentasse un omosessuale, lo sarebbe. Avviene questo? Non sembra proprio. E ciò perché l’omosessualità ha anche una componente “naturale“, oltre che “culturale“. Alcuni animali in natura, uomo incluso, nascono con la predisposizione biologica a sviluppare da adulti un’identità sessuale omosessuale. E la “cultura“, l’ambiente, può agire da inibitore per questa predisposizione – portando ad uno sviluppo disarmonico dell’individuo – oppure no. Ma ciò conta è quanto segue: ammettere una sola componente “culturale” nell’omosessualità denota un’ignoranza filosofica, riguardante i rapporti tra natura e cultura.

Infine, di nuovo per quanto riguarda il versante della filosofia: de Mari, con quelle idee, afferma di difendere la “libertà di espressione” e di “opinione“. Falso. Ciò che lei difende è la “licenza” di opinione e di espressione, la possibilità insomma di fare e di dire tutto ciò che si vuole senza reazioni. E questo è proprio l’opposto di una “libertà“, che significa invece agire come si ritiene meglio assumendosene la piena responsabilità. Ciò che, appunto, la de Mari non sembra volersi assumere con le sue parole, rivendicando una sorte di libertà “fanciullesca” senza responsabilità.

Un’immagine può sintetizzare, in conclusione, tutto quanto appena detto: Silvana de Mari è un “falso profeta” di verità, proprio uno di quelli dai quali Gesù Cristo metteva in guardia i cristiani nella Bibbia.

Riccardo Coppola per MIfacciodiCultura

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