La fotografia narrativa di Francesco Frizzera

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La fotografia narrativa di Francesco Frizzera

Francesco Frizzera è un giovane fotografo trentino. È autodidatta, vive e lavora a Rovereto.

All’età di 18 anni, individuata l’arte che gli permettesse di ricordare tutte le sue esperienze con precisione, ha iniziato a scattare le prime fotografie e, ad oggi, il suo lavoro continua sempre con maggior dedizione e consapevolezza.

I suoi scatti raccontano storie vere, quelle vissute da lui insieme ai suoi amici nelle belle valli trentine, su alti promontori, laghi, pascoli, vigne e strapiombi; ad occupare l’immaginario dell’osservatore però, non sono solo i soggetti ed i paesaggi bellissimi che immortala ma anche, e soprattutto, le emozioni ed i sentimenti provati in quelle situazioni, sottolineati da un lavoro di post-produzione attento.

Quello che l’artista vuole è comunicare le sue esperienze, invitando tutti a riconoscersi negli scatti e a vivere, come lui, quelle avventure: è per questo che sceglie di fotografare spesso le persone in sua compagnia di schiena.

La sua ricerca stilistica coincide e si sviluppa con quella interiore che nasce nei momenti in cui si è costretti alla riflessione, spesso dolorosi e poco spensierati importanti però per conoscersi nel profondo, per riuscire a capire quale sia il proprio posto nel mondo e ancora di più, il senso dell’esistenza dell’uomo.

Le fotografie con colori intensi e caldi, le prime in ordine cronologico, dipingono la serenità del fotografo, più giovane e meno consapevole di adesso. Alla gioia sono subentrate negli anni, però, difficoltà e domande che hanno spinto Francesco a partire per un lungo viaggio al fine di trovare le risposte giuste: dall’America Latina all’Africa. Si spiegano così le ultime fotografie post-prodotte diversamente.

Ci racconta che in Nicaragua ha vissuto per un mese a Waslala, nella giungla, facendo il volontario ed adattandosi alle abitudini degli abitanti, mangiando riso, fagioli, banane fritte e spostandosi a cavallo. Ritornato in Italia, è ripartito poco dopo per lo Zimbabwe lavorando come supervisore dei lavori di ristrutturazione di un orfanotrofio, ospitante settantatré orfani, a carico di una grande Onlus italiana. Nei suoi due mesi e mezzo di permanenza in Africa ha vissuto un periodo caratterizzato da insurrezioni popolari e di violenza perpetrata dal governo corrotto sulla popolazione. Nasce in queste circostanze Orphans, il suo ultimo progetto in mostra all’Urban Center di Rovereto fino all’8 gennaio scorso. Quest’ultima importante esperienza africana, ci dice, è stata significativa perché lo ha portato a conoscere, con i bambini, il valore dell’accettazione che noi occidentali vogliamo spesso rinnegare. Il mondo africano, seppur caratterizzato da molti limiti, è più libero dalle ansie e dai brutti pensieri proprio perché sa accettare quello che viene.

Cosa vale la pena in questa vita? Logorare l’anima in prospettiva di una posizione sociale da raggiungere inventata dal sistema, oppure respirare a pieni polmoni guardando il cielo e ringraziando di essere vivi?

Una risposta giusta a questa domanda Francesco Frizzera non l’ha trovata e a parer suo non esiste. Ogni società ha le sue prerogative, i suoi punti di forza e di debolezza, le sue verità e i suoi sistemi. È questo che rende il nostro mondo così vario e ricco; conoscerlo profondamente amplia gli orizzonti della nostra quotidianità e moltiplica le risposte che possiamo ottenere.

Con più consapevolezza della realtà globale, pian piano, è possibile trovare la propria verità e, con questa, anche la propria strada.

In questo percorso di identificazione, attraverso le sue fotografie, Francesco non vuole mostrare semplicemente ciò che ha visto ma quello che ha voluto vivere e approfondire. La sua è una fotografia di carattere narrativo, spesso accompagnata da didascalie che completano il senso dell’immagine.

Si dice innamorato delle arti perché poesia, musica e pittura riescono a comunicare ciò che con parole semplici non si riesce a esprimere; offrendo dimensioni nuove diventano un antidoto alla morte.

Tra le fonti di ispirazione del suo lavoro ci sono Ryan McGinley, suo padre ed i Ratatat (un duo musicale di Brooklyn) mentre considera suoi maestri Sebastião Salgado, Matisse, Cézanne, Bon Iver ed Antonio Canova.

Fiammetta Pisani per MIfacciodiCultura

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