Preservativi: il braccio di ferro tra Duterte e la Chiesa

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Preservativi: il braccio di ferro tra Duterte e la Chiesa

Un gioco forza che dura ormai da decenni quello tra il Governo delle Filippine e la Chiesa Cattolica del Paese sul controllo delle nascite e l’informazione in materia di educazione sessuale e salute riproduttiva: questa volta il problema sono dei preservativi.

preservativiPotremmo anche vederlo come l’ennesimo caso di intromissione della Chiesa nelle scelte di istituzioni che dovrebbero rimanere laiche e imparziali. Nelle Filippine, però, la situazione si fa ancora più drastica.

Non siamo infatti di fronte a uno Stato che ha ben chiari i principi in materia di diritti umani e che sa controllare la propria situazione demografica senza necessità di campagne interventiste da parte dello Stato: 6 milioni di donne nel Paese non hanno accesso ai contraccettivi e a una corretta informazione in materia di salute riproduttiva, mentre il tasso di maternità tra le adolescenti continua a salire, con una ragazza ogni dieci con un figlio o incinta.

E non si tratta solo di un problema demografico: riuscire ad arginare le nascite significherebbe anche porre un freno alla povertà. La nuova amministrazione Duterte si è infatti posta degli obiettivi ben precisi: ridurre il tasso di povertà dal 21,6 % del 2015 al 14% nel 2022 e abbassare di conseguenza il tasso di natalità dall’odierno 1,7% al 1,4%.

A questi numeri si aggiunge quello più rappresentativo: preservativi gratis a 6 milioni di donne.

Cifre già molto ambiziose se nessuno mettesse il bastone fra le ruote alle istituzioni e organizzazioni filippine che si stanno occupando del problema, che però devono fare i conti con un vicino di casa veramente molto ingombrante.

La Chiesa Cattolica è una presenza fortissima nelle Filippine, dove più del 90% della popolazione è cristiana e di questa percentuale l’81 è cattolica, e dove ormai da anni la Chiesa si oppone a qualunque manovra che il Governo ha tentato di attuare in materia di controllo delle nascite e di educazione sessuale.

La storia del Paese ha visto susseguirsi vari tentativi per combattere sia la forte crescita demografica, sia l’Aids. Il provvedimento sulla legge di salute riproduttiva era già stato proposto negli anni ’90, durante il governo di Cory Aquino, ma fino ad oggi non ha ancora incontrato un quorum sufficientemente favorevole per essere approvato.

Nel 2005 l’uso del profilattico promosso dal governo era tornato alla ribalta: ma il Presidente di quella legislatura, Gloria Macapagal-Arroyo, fervente cattolica, non aveva assolutamente accettato di incentivare l’uso dei preservativi, continuando a promuovere, insieme alla Chiesa, una “politica di naturale sviluppo familiare“.

Nemmeno il crescente numero di persone affette dall’Aids nelle Filippine aveva fatto cambiare idea al Governo, che sosteneva in tutto e per tutto la Chiesa nella sua posizione “a difesa della vita“.

Nel 2008 un’apertura: si è reso possibile l’uso del preservativo per combattere la diffusione dell’Aids, facoltà data però solo alle coppie sposate in cui un coniuge era malato di Aids o portatore sano di Hiv. La risposta della Chiesa però non tardò molto: se nel 2008 aveva ribadito che il rapporto protetto doveva essere l’ultima possibilità, concessa solo nel caso di possibile contagio dell’Aids per salvare la vita del partner, nel 2010 condannarono il governo per la nuova campagna di libera distribuzione di preservativi nelle aree più povere della capitale Manila. «Una via per prevenire il contagio o un modo per incoraggiare il sesso libero?» aveva chiesto il vescovo di Novaliches.

Una campagna che aveva riacceso gli animi, ma che si era rivelata necessaria dopo l’ennesimo fallimento in Parlamento per l’approvazione della Legge di Salute Riproduttiva, che prevedeva precisi punti in tema di contraccezione e controllo delle nascite: questa prevedeva la diffusione di contraccettivi tra la popolazione, sia nelle scuole che in altri luoghi pubblici, il limite di due figli per famiglia, pena il pagamento di una sanzione e addirittura il carcere in alcuni casi.

In ogni occasione di voto i gruppi cattolici erano riusciti a impedire l’approvazione della legge, il cui contenuto era poi stato ripreso dal Presidente Benigno Aquino III nel 2012.

Il decreto, in cui si riconosceva il diritto dei filippini a decidere liberamente e responsabilmente sul numero desiderato di figli, era stata addirittura portata in tribunale dalla Conferenza episcopale delle Filippine, che non aveva però ottenuto in quell’occasione il risultato desiderato. La Corte suprema, nel 2014, ha dichiarato la legge costituzionale e legittima, annullando però contemporaneamente una parte di essa molto importante, in cui si obbligavano anche gli ospedali privati e religiosi a informare i pazienti sulle possibilità di abortire e prevenire le gravidanze.

Si inserisce quindi in un quadro di iniziative che già da tempo stentano a farsi strada nella quotidianità della nazione anche il progetto del controverso Presidente Duterte, che vuole promuovere una nuova famiglia moderna. Una figura ambigua, che mette a tacere con la violenza i media ma che si è fatto subito conoscere per le sue posizioni anticlericali, che vuole reintrodurre la pena di morte ma che si è schierato dalla parte della comunità LGBT.

E, dati i consensi che inaspettatamente lo accompagnano, chissà se sarà la volta buona anche per mettere da parte la Chiesa e i suoi ridondanti principi: meglio un preservativo o un ennesimo bambino costretto a crescere in povertà? Meglio il sesso libero e protetto o continuare a coltivare l’Aids?

Ai posteri l’ardua sentenza, come dice il poeta.

Jessica Freddi per MIfacciodiCultura

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