GelosaMente – Catullo, Lesbia e i tormenti d’amore

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Nugae, sciocchezze. Così, in una parola, Catullo definisce i suoi carmi brevi che parlano, principalmente, d’amore. Sì, sciocchezze: il tema è disimpegnato, e il poeta ha come unica pretesa quella di far svagare un po’ il lettore, raccontandogli quelle pene che, ahimé, tutti conoscono. Il filo conduttore della raccolta di Carmina brevi di Catullo è la relazione con Clodia Plucra, la sua bella amante che nelle poesie è soprannominata Lesbia: un evidente omaggio alla poesia di Saffo, di cui abbiamo parlato in questa rubrica la scorsa settimana.

Catullo, attraverso agili componimenti, descrive le più disparate manifestazioni della fenomenologia dell’amore: tra queste, ovviamente, la gelosia. La relazione di Catullo con Lesbia, infatti, non fu regolare ma anzi ricca di alti e bassi. Erano amanti, e lei, molto probabilmente, una donna più matura di lui e già sposata. Era un amore puramente passionale, tuttavia non superficiale: il poeta dimostra, attraverso le sue poesie, di tenere tantissimo a lei. Tanto da struggersi tremendamente quando la donna sembra dimenticarsi di lui, per concedere le proprie attenzioni a nuovi amanti. Di questo parla il carme 72, in cui si svela come l’amata Lesbia sia volubile e infedele:

Dicebas quondam solum te nosse Catullum,
Lesbia, nec prae me velle tenere Iovem.
Dilexi tum te non tantum ut vulgus amicam,
sed pater ut gnatos diligit et generos.
Nunc te cognovi; quare etsi impensius uror,
multo mi tamen es vilior et levior.
“Qui potis est?” inquis. Quod amantem iniuria talis
cogit amare magis, sed bene velle minus.

Una volta dicevi di conoscere solo Catullo,
Lesbia, e di di non desiderare nemmeno Giove al posto mio.
Ti ho amato non tanto come un plebeo ama la sua amante,
ma come un padre vuole bene ai figli e ai generi.
Ora ti conosco; benché ora io bruci più ardentemente di passione,
per me ora sei molto meno importante e molto più insignificante.
“Come è possibile?” domandi. Il fatto è che una tale offesa
induce ad amare di più, ma a voler meno bene.

Catullo vorrebbe essere l’unico vero amore di Lesbia, e non condividerla con altri. La gelosia si accompagna alla disillusione, alla delusione e all’orgoglio maschile che spingono Catullo a desiderare maggiormente la donna, ma a darle meno valore, poiché l’ha tradito e si è comportata vilmente. Dopo averle dedicato versi appassionati e trionfali come «Vivamus, mea Lesbia, atque amemus» («Viviamo, o mia Lesbia, e amiamo»), è dunque tempo della sofferenza. Catullo esprime la propria gelosia attraverso la traduzione della celebre ode di Saffo «Ille mi par esse deo videtur», «Quegli mi pare simile a un dio», in cui paragona a una divinità l’uomo che in quel momento ha la fortuna e il piacere di intrattenersi con Lesbia, mentre i sensi vengono meno al poeta. Eccone un estratto:

[…] nam simul te,
Lesbia, aspexi, nihil est super mi
vocis in ore,
lingua sed torpet, tenuis sub artus
flamma demanat, sonitu suopte
tintinant aures, gemina teguntur
     lumina nocte.

[…] infatti, appena
ti guardo, Lesbia, le parole
mi vengono meno,
la lingua si intorpidisce, una fiamma
si insinua sotto la pelle,
le orecchie risuonano di un certo tintinnio,
gli occhi si velano
di una duplice notte.

Catullo però raggiunge la vetta più alta della propria poesia probabilmente con il carme 82:

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior
.

Odio e amo. “Perché lo fai?”, forse ti chiedi.
Non lo so, eppure sento che accade, e mi tormento.

Un amore non corrisposto, un amore tradito, un amore instabile e macchiato dalla gelosia: «Odi et amo» esprime il sentimento di tutte queste tipologie di amori infelici e irrisolti, puntualizzando l’esaltazione e, al contempo, la frustrazione che generano. La negatività di questo sentimento è espressa dall’efficacissimo verbo excrucior: in forma riflessiva e con prefisso ex- di valore intensivo, indicando un torturarsi ancora più violento.

Alla fine il poeta si rende conto di avere speso tanti versi inutilmente per corteggiare e tenere vivo l’amore della sua Lesbia, ormai perduto. Quando se ne accorge, tuttavia, è troppo tardi; i versi che le aveva dedicato come pegno d’amore non possono più essere restituiti. Allora Catullo si sfoga attraverso il turpiloquio in versi del carme 42: se non può avere indietro il tempo e le forze perduti a causa di Lesbia, si vendica trasformando quella che era poesia vezzosa in poesia ingiuriosa contro l’ex-amante.

Che questa relazione movimentata sia esistita veramente o che sia stato solo un capriccio poetico, non è dato sapere. Quel che è certo, è che sa illustrare ancor oggi, e in maniera spaventosamente vivida, le gioie dell’amore e le miserie della gelosia possessiva provate dall’uomo.

Arianna Capirossi per MifacciodiCultura

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