I musei italiani e il mondo digitale, un cammino appena iniziato

0 730

I musei italiani e il mondo digitale, un cammino appena iniziato

I musei italiani sono al passo con il mondo contemporaneo? Non ancora, o meglio, non tutti.

In questi giorni è stato pubblicato l’ultimo report dell’Osservatorio Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali che fotografa la situazione del nostro Paese in materia digitale: l’Osservatorio ha infatti condotto un’indagine su un campione di musei italiani (476 musei, pari a circa il 10% dei musei aperti al pubblico nel 2015) per evidenziare i rapporti che questo mondo ha con la cultura digitale.

Parliamo un po’ di dati. Per ciascun museo è stata rilevata l’utilizzo di:

  • un sito web dedicato (57%);
  • social network (41%);
  • newsletter (25%);
  • la disponibilità di applicazioni (9%);
  • la possibilità di acquistare biglietti on-line (7%).

Osservando più da vicino caso per caso è emerso però un altro dato, molto significativo: il sito internet di molti musei non è “usabile, ovvero non è costruito in modo da facilitare l’utente nel suo utilizzo. Ad esempio, esaminando le home page, sono presenti delle chiare call to action che rimandano alla biglietteria on-line solo nel 21% dei casi e all’accesso ai profili social nel 51%. Un numero un po’ risicato: solo il 21% del 57% dei musei italiani ha un sito web che permette chiaramente ai suoi utenti di comprare dei biglietti, fonte di sostentamento della stessa istituzione: se nemmeno questo punto è soddisfatto, il responsabile del museo dovrebbe domandarsi a cosa serve avere un sito internet.

I social network sono saldi al 2° posto della nostra classifica della digitalizzazione: il 41% dei musei possiede un account, tra cui spicca Facebook con il 51%, seguono Twitter con il 31% e Instagram con il 15%. Molto interessante è il fatto che solamente il 13% delle istituzioni museali è presente su tutti e tre i social e che invece il 10% dei musei che non ha un sito internet è però attivo su Facebook, come se questo potesse sostituirlo a livello funzionale.

Insomma, il bicchiere è mezzo vuoto: certo, 1 museo su 2 (anche un po’ di più) ha un sito internet, ma abbiamo visto che molti hanno male utilizzato questa tecnologia e addirittura qualcuno ha privilegiato l’esistenza sui social al web.

Ci sono naturalmente esempi virtuosi: anche non considerando chi è ai primi posti della classifica ci sono musei che si stanno affacciando al mondo digitale con successo; penso ai siti web della Pinacoteca di Brera e dell’Accademia Carrara, entrambi nati recentemente (marzo 2016 e aprile 2015) anche per la spinta dei nuovi direttori.

Allo stesso modo presenta la situazione Michela Arnaboldi, Direttore Scientifico dell’Osservatorio:

È emerso dall’analisi un panorama di istituzioni culturali in fermento, che cerca la via per l’innovazione per superare le criticità e sperimentare nuove modalità di mediazione, spesso abilitate dal digitale. La prima sfida [per il futuro, N.d.A.] è legata alle risorse umane e alle competenze: le istituzioni culturali devono dotarsi di figure nuove, ibride, che diventino interpreti “digitali” del patrimonio, ossia di persone che conoscano il patrimonio, il suo valore, ma che al contempo siano in grado di valutare le opportunità offerte dal digitale. La seconda sarà rendere i progetti innovativi sostenibili economicamente sul medio e lungo periodo, magari attraverso nuovi modelli di business in grado di trarre risorse finanziarie proprio dai servizi abilitati dalla tecnologia. Un ambito su cui riflettere e investigare è infine il valore per il territorio, non ridotto alle misure più tradizionali di indotto economico, ma esteso alla funzione che le organizzazioni culturali possono avere per rivitalizzare aree dimenticate, o come luogo di confronto per i cittadini nuovi e vecchi.

Una cultura digitale consapevole è ancora materia del futuro, ma pian piano la situazione sta cambiando: internet e i social network non sono più qualcosa da demonizzare, che toglie spazio alla cultura, anzi sono un mezzo che, sono convinta, le offre grandi possibilità.

Avere un sito mal fatto non è sufficiente, essere presenti sui social solo nominalmente nemmeno; bisogna instaurare un dialogo con il proprio pubblico, coinvolgerlo, utilizzare questi nuovi strumenti per fare ciò che prima poteva solo la guida, per quelle poche persone che sceglievano di ascoltarla: raccontare una storia.

Chiara Buratti per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.