Facebook non protegge le donne: il problema dei “gruppi di stupro”

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Facebook non protegge le donne: il problema dei “gruppi di stupro”

gruppi di stuproDalla prima denuncia su Abbatto i muri, pagina Facebook che si batte per la parità, nelle ultime settimane numerose ragazze hanno fatto sentire la loro voce per la presenza su Facebook di una quantità disarmante di gruppi chiusi, rinominati come gruppi di stupro, in cui i diversi iscritti, che superano le migliaia, si divertono a postare foto di donne incitando e provocando la valanga di commenti a sfondo sessuale, maschilisti, e gravemente lesivi della dignità delle ragazze coinvolte.

Le foto sono pubblicate chiaramente senza alcun consenso, spesso rubate dai profili Facebook, o immagini private diffuse poi vigliaccamente: ci sono anche gruppi in cui gli iscritti scattano i propri capolavori ritraenti ignare sconosciute in giro, per strada, a scuola diffondendole poi sul social. Sono foto quotidiane, ma estrapolate dal loro contesto attraverso le descrizioni degli utenti, che inseriscono didascalie pittoriche al fine di liberare l’immaginazione e la poesia del branco di confratelli che sciorinano versi aulici “Merita di essere sbattuta per bene a pecora“, oppure “Io la rompo una così“, per citare i meno espliciti.

Immaginate i toni delle conversazioni.

Ma non sono solo foto di sconosciute quelle in oggetto. Diversi gruppi accolgono infatti le foto di mariti, fidanzati ed ex, addirittura fratelli, ritraenti le donne di casa mentre dormono, cucinano o sono impegnate nelle più svariate occupazioni: “Come dorme la mia dolce metà, cosa ne dite?” e in allegato alla foto della compagna che riposa con un lenzuolo che non le copre il sedere in bella mostra. Come se fosse un trofeo, quella che dovrebbe essere la persona amata viene usata per testimoniare la propria virilità, per gonfiare il proprio ego alla lettura degli apprezzamenti volgari e sessisti sulla propria preda.gruppi di stupro

Non ci si limita poi solo alla pubblicazione di foto con, quando si conosce, nome e cognome della vittima, ma ci sono anche gruppi in cui si indicano gli indirizzi e le abitudini delle malcapitate, e il passo dal commento online al mettere in pratica ciò che ci si era solo immaginati non è poi così lungo. Questi sono soprattutto casi di revenge porn, in cui gli ex fidanzati frustrati da una storia andata male cercano di farla pagare alle presunte carnefici scatenando la shitstorm dei compagni, e provocando altri drammatici casi come quello di Tiziana Cantone. 

Nell’ultima settimana questo tema è oggetto di diverse discussioni, e l’indignazione della parte sana della società ha reclamato a gran voce la chiusura di questi gruppi. Tuttavia questi rispettano la normativa di Facebook sulle comunità, e quindi il network non dispone di un algoritmo che gli permetta di prendere provvedimenti immediati per salvaguardare la privacy delle proprie utenti, come invece avviene per la censura di nudi e simili.

Questa impassibilità del primo social network contribuisce alla proliferazione di questi gruppi, e rende nullo il tanto decantato impegno del sito nella protezione dei dati personali e della privacy. In questo modo infatti Facebook appoggia passivamente questi stupri virtuali rendendosene complice, solo dopo numerose segnalazioni e la mobilitazione della stampa francese ha chiuso infatti il gruppo francofono Babylon 2.0.

La denuncia quindi è fondamentale per ottenere dei risultati che si spera siano il più immediati possibile.

Se vi riconoscete, o riconoscete qualcuno a voi caro, denunciate.

Valentina Marasco per MIfacciodiCultura

1 Commento
  1. Anita dice

    La mia protesta personale contro Facebook fu cancellare il mio account. Averci un account vuol dire dare forza e soldi ad un’azienda che fa finta di non vedere l’enorme quantità di reati e violazione ai diritti umani compiuti ogni giorno sulla sua piattaforma.
    E tra l’altro si vive meglio senza Facebook

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