Giornata della Memoria: perchè il nostro passato non diventi il nostro futuro

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Giornata della Memoria: perchè il nostro passato non diventi il nostro futuro

Tutti coloro che dimenticano il loro passato, sono condannati a riviverlo.

Primo Levi

È il 27 gennaio 1945: le truppe sovietiche di Ivan Konev arrivano a Oświęcim.

È il giorno in cui, 71 anni fa, i cancelli di Auschwitz si aprono. Non è più il lavoro a rendere liberi. GIORNATA-MEMORIA-COP-1

Ed è per questo che, per decisione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del primo novembre 2005, in questo giorno viene celebrato il Giorno della Memoria.

Per quanto i russi avessero già visto altri campi, avevano visto solo i campi di sterminio: qui, la maggior parte dei deportati erano quasi subito portati alle camere a gas. Ad Auschwitz no: era un campo di concentramento e, per quanto possa sembrare una sottile e poco pregnante questione terminologica, rende nota l’enorme macchina ideologica erta alle spalle della soluzione finale. Nei campi di concentramento, come in quelli di sterminio, il fine era solo uno: la morte. Eppure, anche in questo la Germania Nazista (e non la Germania di oggi, come spesso si tende a dimenticare) fu più sottile, più freddamente calcolatrice: qui i prigionieri morivano per stenti. Con la promessa di essere resi liberi grazie al loro lavoro. Promessa mai mantenuta, a meno che non si consideri la morte di stenti come libertà. Cosa che, per un prigionieri marchiato, era sicuramente la massima aspirazione. Ma, come Primo Levi insegna, nei campi vi sono sommersi e salvati: se c’è chi si lascia morire, stremato dalla vita e dal dolore capace di infliggere la mente umana ad un proprio simile, c’è anche chi spera ancora nella salvezza. C’è chi lotta, anche se non riesce a capirsi, in un melting-pot di culture e religioni, per un tozzo di pane. C’è chi preferisce morire sul filo spinato che per la mancanza di cibo, per il freddo, per la stanchezza.

C’è chi si salva: non dal campo, ma dal diventare una bestia.

Ed ecco perché, quel giorno, è diventato così pregnante di significato: la realtà della Shoah uscì dalle mura di cemento armato e riuscì a farsi palese. Anche perché, benché fosse stato pensato un piano in caso di sconfitta, per i gendarmi nazisti ormai era impossibile nascondere quanto accaduto: uccisero e bruciarono più internati possibili, e poi, tanto ad Auschwitz come in altri campi, iniziò la marcia della morte. Chi poteva ancora camminare ed era in salute venne fatto camminare nella neve, al freddo, per giorni, per evitare di lasciare tracce.

Ma come si nascondono 12 o 17 milioni di morti?

giornata della memoria
Night Will Fall (2014)

La Giornata della Memoria, spesso, viene criticata perché pare voler ricordare solo quanto accadde agli ebrei. Si usa Shoah, che è parola ebraica per catastrofe. Anche Olocausto ha una radice religiosa, per molti troppo connotata. Ma, alla fine, questo fu un problema che ancora oggi non è facilmente risolvibile: come si può definire un genocidio programmato di massa di persone? Perché, quando hai tra le mani delle fabbriche di morte, viene così facile e naturale uccidere non solo gli ebrei (anche se la soluzione finale era mirata alla questione ebraica) ma anche tutti quelli che, alla fine, risultavano personaggi scomodi in un clima di guerra.

Appena poco l’accaduto, cadde una specie di attonito silenzio: per i giornalisti, per i cronisti, sembrava impossibile descrivere quello che i propri occhi vedevano.

Questo è un problema davanti a cui ci si trova irrimediabilmente parlando di Olocausto: quali sono le parole giuste? Qual è il metodo giusto per parlarne?

Ne esiste uno?

La prima cosa che sembrò più naturale fu raccogliere le memorie dei sopravvissuti. Anna Frank, Primo Levi, Etty Hillesium sono solo alcuni dei nomi che hanno firmato biografie (postume o contemporanee ai fatti) che hanno provato a depositare nei nostri cuori un messaggio che, forse, solo i loro occhi potranno ricordare davvero.

Si cercarono poi le immagini, simboli silenziosi che non necessitavano spiegazioni.

Lo stesso Alfred Hitchcock nel ’45 ha diretto un documentario sull’Olocausto. Girato in dieci campi, come Dachau o Buchenwald, viene tenuto nascosto fino al 1985. Perché, quel documento che non lascia certo adito a dubbi su cosa fosse successo, era troppo crudo e troppo incriminante visto il clima della Realpolitik: era meglio cercare di ricostruire equilibri in un’Europa martoriata e che, ancora, non aveva capito perfettamente cosa fosse successo in quei campi. Che non aveva minimamente afferrato la vastità di quanto era accaduto dal 1940 sul suo territorio.

André Singer, nel 2014, ha creato il documentario Night will fall con quelle immagini abbandonate negli archivi di stato britannici.

Eppure, come ogni 27 gennaio, ci si pone la stessa domanda: ha ancora senso, oggi, ricordare? Oggi che, lentamente, i superstiti stanno scomparendo, vinti dallo scorrere inesorabile delle sabbie del tempo, o dai ricordi troppo dolorosi per essere vissuti ogni notte?

La risposta è solo una, senza la minima esitazione.

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La giornata della Memoria serve per non dimenticare che se ciò è successo in Germania, non cambia le cose, non ne siamo estranei. La tragedia è ovunque, al di là del paese. Il male è in qualsiasi uomo, non nel popolo o nell’etnia. Sentir parlare ancora di una persona come inferiore, di razza, di persone socialmente inutili, tutto ciò dimostra che il “colpo di spugna” dato dalla Germania, dal dolore che vi è cresciuto, non ci ha mai veramente colpito. Nel paese in cui il Duce viene innalzato ancora a divinità (e dove la nipote spera che possa tornare un mese per sistemare la nostra situazione), nel paese in cui ancora c’è chi vive e sussurra, nella sua vecchiaia, gli orrori di una guerra che non ha partito, non ha nome, ma solo cattiveria, senso del potere, senso dell’ineguaglianza.vicinoalfilospinato

Non dimenticherò mai le testimonianze di chi mi ha parlato della guerra, che fosse mio parente o meno, e dei dispersi nei campi di concentramento, al di là di dove questi si trovassero.

Le testimonianze sono preziose, come è prezioso educare i bambini e i ragazzi nelle scuole a quanto è accaduto. Non perché i morti ebrei o, in generale, chi è morto nei campi di sterminio sia più importante di altri morti: i defunti non sono classificabili. Ma è proprio per questo che bisogna rendersi conto che, perché è accaduto una volta, non significa che non si ripeta più.

Colpiscono le parole di Angela Merkel, oggi: ha inaugurato la mostra al Deutsches Historiches Museum, sulla Unter den Linden, memoriale fotografico di quanto accaduto sotto il Terzo Reich. Come ha fatto notare la cancelliera, la politica di apertura verso i rifugiati non è un modo per lavarsi la coscienza, per scusarsi per un errore che, alla fine, non è dei Tedeschi tutti. È un messaggio di tolleranza, una ricerca spasmodica di non rifiutare nessuno, come certi stati Occidentali fecero con gli ebrei che cercavano asilo quando iniziarono le persecuzioni.

Perché, ricordiamocene sempre, l’Olocausto non nacque in un giorno.

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Prigionieri a Dachau

Nacque dapprima da una sottile discriminazione, fatta di pregiudizi e falsità: gli ebrei erano cattivi, custodivano soldi, volevano far fallire la Germania. E così vengono rinchiusi nei ghetti, creando una legislazione che, lentamente, levi loro ogni diritto e, con esso, ogni dignità umana. E poi, da lì, vengono portati nei campi.

Ecco perché la giornata della Memoria ci serve.

Ci ricorda che quando un politico, un libero cittadino o un alto prelato della Chiesa vieta un diritto a qualcuno, si sta lentamente riproducendo quello schema.

Gli omosessuali finirono nei campi di concentramento.

I portatori di handicap finirono nei campi di concentramento perché non erano utili al lavoro. Anzi, non erano utili affatto.

I Rom, gli zingari finirono nei campi di concentramento.

I testimoni di Geova e altri religiosi finirono nei campi di concentramento.

I polacchi e tutti gli avversari politici finirono nei campi di concentramento.

E ognuno di loro aveva un colore, un marchio di identificazione. Marchiati come le bestie non solo per un numero sul braccio, ma anche perché costantemente dovevano ricordarsi la loro colpa.

Quando vedete che i diritti degli omosessuali vengono negati, quando vedete portatori di handicap insultati e maltrattati, quando vedete i Rom discriminati e qualcuno che vuole eliminare i loro campi con le ruspe, quando vedete un atto discriminatorio basato su etnia o religione, pensate ad Auschwitz e ricordate che Hitler non firmò mai nessun documento che parlava di campi di concentramento, di soluzione finale, di sterminio totale.

Eppure, anche senza una carta scritta, l’Olocausto divenne realtà.

Aprite gli occhi e il cuore e, almeno per un giorno all’anno, ricordatevi che non serve che si compia un genocidio per rendersi conto dell’abbruttimento culturale, morale e etico di una società.

 Facciamo in modo che niente di tutto ciò si ripeta.

Sognavamo nelle notti feroci
Sogni densi e violenti
Sognati con anima e corpo:
Tornare; mangiare; raccontare.
Il comando dell’alba:
“Wstawać”;
E si spezzava in petto il cuore.

Ora abbiamo ritrovato la casa,
Il nostro ventre è sazio,
Abbiamo finito di raccontare.
È tempo. Presto udremo ancora
Il comando straniero: 

“Wstawać”

Primo Levi – La Tregua

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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