La televisione del dolore quanti danni può provocare?

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La televisione del dolore quanti danni può provocare?

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Il collegamento tv in questione

È balzato all’onore delle cronache nelle ultime settimane, a causa anche della televisione, il caso di Ylenia Grazia Bonavera, la ragazza di Messina che è stata ricoverata al’ospedale per delle ustioni sul 13% del corpo. Indagato per averle dato fuoco con una tanica di benzina è il ragazzo di Ylenia, Alessio Mantineo, che tramite il suo avvocato nega ogni addebito nel tragico episodio.

Il programma pomeridiano di Canale 5 Pomeriggio Cinque ha effettuato un collegamento con la ragazza ricoverata in ospedale. La ragazza durante l’intervista ha scagionato da ogni responsabilità il suo fidanzato causando la reazione della madre che è intervenuta durante il collegamento litigando in diretta con la figlia. Da questo episodio, non di certo il primo di questo genere, può nascere una riflessione.

Quanto è lecito affrontare certi argomenti senza nessun tatto e buon senso? Quanto la televisione ha il diritto di scavare e sguazzare nella melma più putrida? Parliamoci chiaro: c’è differenza tra il fare informazione e fare del voyeurismo perverso e laido. Siamo bombardati continuamente da notizie di assassini e omicidi mentre siamo a tavola, mentre parliamo con i nostri familiari e tutto questo oramai non ci fa più nessuno effetto. Si corre il rischio così di cadere nell’assuefazione. Il trash che entra a gamba tesa in quello che dovrebbe essere un approfondimento giornalistico è ormai normalità.

E pensare che la televisione italiana nasce nel dopoguerra e nei primi anni della sua vita assolve ben altri scopi. Primi esperimenti possono essere rintracciati durante il regime fascista. Interessantissimo in questo senso è il volume di Diego Verdegiglio La tv di Mussolini, Sperimentazioni televisive nel ventennio fascista (ed. Castelvecchi) che racconta le prime esperienze televisive italiane dell’EIAR avvenute prima dello scoppio della Seconda Guerra MJondiale e destinate ad un ristretto pubblico composto da gerarchi, industriali, imprenditori e docenti.

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Alberto Manzi

Al grande pubblico la RAI cominciò a trasmettere soltanto negli anni Cinquanta. La televisione nei suoi primi anni ebbe un importanza fondamentale nell’alfabetizzazione di grandi strati della popolazione. Numerosi infatti erano i programmi volti ad impartire delle vere e proprie lezioni di grammatica italiana. Famosissimo fu Non è mai troppo tardi. Corso di istruzione popolare per il recupero dell’adulto analfabeta, programma che andò in onda dal 1960 al 1968 e che aveva il fine di insegnare a leggere e a scrivere agli italiani che ancora non erano in grado pur avendo superato l’età scolare. Il programma era presentato dall’insegnante e pedagogo Alberto Manzi.

Ovviamente la funzione della televisione è cambiata nel corso degli anni virando sopratutto sulla funzione dell’intrattenimento. Varietà, reality show e programmi di informazione giornalistica hanno invaso il palinsesto delle tv contemporanee. Il problema si presenta quando dei contenitori pomeridiani cominciano ad interessarsi di inchieste. Programmi che parlano di tutto senza nessuna cognizione. Si salta dal servizio sulle vacanze dei vip all’omicidio di turno. Tutto trattato con la stessa leggerezza.

Presentatori che vorrebbero fare i giornalisti ma non hanno nessuna competenza sul come trattare determinati argomenti. L’unica regola a cui sono devoti è lo share, e per fare questo tutto è lecito, senza nessun riguardo per il buon senso: nasce così la cosiddetta “tv del dolore” in cui non c’è nessun riguardo per i sentimenti, anzi, tutto viene esposto sulla pubblica piazza per il piacere perverso del pubblico guardone.

Paolo D’Offizi per MIfacciodiCultura

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