“Austerlitz”, il film che riflette sul turismo di massa nei campi di sterminio

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Austerlitz, il film che riflette sul turismo di massa nei campi di sterminio

AusterlitzAusterlitz è il film che da oggi sarà nelle sale italiane in occasione della Giornata della Memoria. Per la regia dell’ucraino Sergei Loznitsa, distribuita da Lab80 film, la pellicola è stata presentata fuori concorso al Festival del Cinema di Venezia e in concorso  al Toronto Film Festival 2016.

Il titolo è ispirato all’omonimo romanzo dello scrittore tedesco W. G. Sebald, pubblicato nel 2001 e dedicato alla ricerca delle proprie origini, e della propria memoria, da parte del personaggio protagonista Jacques Austerlitz.

La trama del film è, all’apparenza, molto semplice: si tratta di seguire i visitatori all’interno dell’ex campo di concentramento di Sachsenhausen, a 35 chilometri d Berlino. Le voci delle guide raccontano gli orrori di questa realtà, spiegano come era diviso il campo, come si bruciavano e nascondevano i corpi, quanti uomini sono morti per mano del Terzo Reich.

È una giornata estiva, si vede la brezza che lambisce le foglie. Ti viene da chiederti se anche in posti come questo possano esserci giornate così belle, luminose, piene di pace.

Si sente il vociare dei turisti. E ti chiedi se in un posto del genere si possa trovare il tempo e la voglia di parlare. Di ridere.

Il regista di  Austerlitz ha scelto un modo non convenzionale per le riprese: scene solo in bianco e nero, mai a colori, tutte piani sequenza a camera fissa. Loznitsa ha posato la sua telecamera nei vari punti del campo, dall’esterno all’interno, e ha semplicemente ripreso quello che si trovava davanti all’obiettivo. Raramente le persone guardano in camera. È come essere spettatori di altri spettatori.

Con una ripresa così neutra e diretta è ovvio che il regista voglia lasciare a chi visiona il film i giudizi etico-morali. La camera è lì e riprende con naturalezza una giornata a Sachsenhausen. La visita a un campo di sterminio.

L’idea di fare questo film mi è venuta perché visitando questi luoghi ho sentito subito una sensazione sgradevole nel mio essere lì. Sentivo come se la mia stessa presenza fosse eticamente discutibile e avrei voluto davvero capire, attraverso il volto delle persone, degli altri visitatori, come ciò che guardavano si riflettesse sul loro stato d’animo. Ma non nascondo di esserne rimasto, alla fine, abbastanza perplesso.

austerlitz
Sergei Loznitsa

Lo stesso Loznitsa afferma poi che, alla fine, nemmeno lui saprebbe  davvero cosa farebbe in visita in un posto del genere.

Ma le immagini, alla fine, parlano da sole: c’è chi si fa un selfie. Chi si fa fotografare accanto alla porta dove c’è la tristemente famosa scritta Il lavoro rende liberi. C’è un ragazzino annoiato che sbadiglia. Ci sono persone al telefono. C’è chi fa un pic nic sull’erba, senza forse pensare alle frasi della guida che spiega come nel campi si soffrisse la fame e si lottasse strenuamente per un tozzo di pane. C’è chi sorride. I bambini schiamazzano. Moltissimi fra loro fanno foto, riprese.

Sono comportamenti deplorevoli?

I campi di concentramento, tra cui ovviamente su tutti spicca Auschwitz, sono luoghi studiati e tenuti vivi per la Memoria. Quella Memoria di cui parliamo in questi giorni, su cui si scrivono libri e si fanno film. In questi luoghi i visitatori, giornalmente, camminano sui luoghi che hanno visto consumarsi una delle pagine più nere e oscure della storia della nostra umanità. Qui si è turisti o visitatori? Si possono attraversare i cancelli di un campo di sterminio senza uscirne, in minima parte, con l’anima dilaniata dal dolore?

Il problema è proprio quello della Memoria e della sua preservazione: ogni modo è lecito per ricordarsi di quanto accaduto in modo da evitarlo per sempre? Anche quando i selfie nei luoghi dove si consumano le tragedie – e qui si va ben oltre il caso particolare – sono il metodo per non dimenticare? Si può visitare Auschwitz, o Sachsenhausen, come lo si farebbe con un altro posto qualunque?

Si può sorridere in un campo di sterminio?

La risposta, lo so, sembrerebbe facile. Ma io, in tutta la franchezza possibile, non so se riusirei a varcare le soglie di un luogo simile. Non so se riuscirei a affrontare quel dolore atavico e viscerale che mai ha lasciato quei posti. Ci vuole coraggio.

Questa pellicola, con le sue apparenti calma e semplicità, mette in discussione i nostri sentimenti, ci porta a chiederci “io cosa farei”? E la risposta, forse, si fa più difficile rispetto a quel primo giudizio sdegnato e frettoloso che pensavamo di poter facilmente formulare.

Il problema della Memoria si lega al grande problema che ha afflitto il Novecento: qualcosa di così impensabile come l’Olocausto si può rappresentare? Si deve rappresentare e, in caso affermativo, come?

Ci volle molto tempo prima che si iniziasse a parlare di quanto era accaduto. Ci vollero anni prima che i testimoni decidessero di parlare. Ci volle tempo per credere a quello che tutti non volevano credere. Ad ogni notizia che emergeva sembrava sempre più difficile parlarne. Raccontarne.

Epistole, memorie, romanzi, reportage, saggi, film e documentari hanno poi cercato di dire l’indicibile, di farci capire come si vivesse in un luogo in cui nemmeno la morte può darti conforto. Prima ancora di marchiarti la pelle, ti aveva marchiato per sempre l’anima.

Ma una pellicola come Austerlitz una domanda la lascia. Forte, assordante, che fa rumore a lungo e non ci lascia così tranquilli.

È passato così tanto tempo da quei giorni da arrivare a rendere una visita in un campo di concentramento una semplice visita turistica di cui postare le foto su Facebook?

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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