GelosaMente: la gelosia nel tìaso di Saffo

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GelosaMente: la gelosia nel tìaso di Saffo

saffoApriamo con questo articolo la nuova rubrica sulla gelosia in letteratura, parlando di Saffo.

Quali poeti, con quali parole e forme letterarie hanno saputo descrivere questo sentimento, che è così naturale provare quando si ama, eppure è così pericoloso quando diventa eccessivo? Grazie alla letteratura intraprenderemo un viaggio nel tempo, alla scoperta delle molteplici sfaccettature della gelosia.

Il primo appuntamento è appunto con Saffo, celebre poetessa greca vissuta tra il VII e il VI secolo a. C. sull’isola di Lesbo, nel mar Egeo. È sua l’ode detta della gelosia, che esprime tutto il coinvolgimento emotivo provato dalla poetessa nell’osservare la ragazza amata, che però, in quel momento, sta conversando con un personaggio maschile: probabilmente, il suo futuro sposo. Dove ci troviamo? Nel tìaso saffico, ovvero, in un’associazione religiosa femminile guidata da Saffo stessa, in veste di sacerdotessa di Afrodite. Le ragazze entravano nel tìaso per un periodo di formazione prematrimoniale, durante il quale ricevevano un’educazione artistica che comprendeva musica, danza e canto, e venivano iniziate alla sessualità. Tra Saffo e le fanciulle si creavano non di rado relazioni affettive e sentimentali molto forti, tant’è vero che al termine del periodo di formazione la poetessa-sacerdotessa veniva colta da profondo dolore, per non dire da paura e panico, al pensiero di doversi separare da una delle sue ragazze. È proprio questo avvicendarsi di emozioni che racconta il testo poetico: la poetessa, impotente, guarda una delle sue bellissime fanciulle parlare con il promesso sposo, che di lì a poco la porterà via. Amore, gelosia, timore: tutto si mescola in un’ode conturbante.

È l’immagine maschile ad aprire il testo poetico: questa figura viene istantaneamente divinizzata, poiché può godere della soave compagnia della fanciulla, a differenza della poetessa, che presto ne sarà privata. Saffo non può fare altro che osservare, nascostamente, ciò che accade: non si palesa; l’amore e la gelosia la immobilizzano. Il testo descrive una sorta di tensione sensuale scaturita dal contrasto di pulsioni positive e negative.

Riportiamo qui la traduzione di Ugo Foscolo:

Quei parmi in cielo fra gli Dei, se accantosaffo

Ti siede, e vede il tuo bel riso, e sente
I dolci detti e l’amoroso canto! —
                            A me repente,
Con più tumulto il core urta nel petto:
More la voce, mentre ch’io ti miro,
Sulla mia lingua: nelle fauci stretto
                           Geme il sospiro.
Serpe la fiamma entro il mio sangue, ed ardo:
Un indistinto tintinnío m’ingombra
Gli orecchi, e sogno: mi s’innalza al guardo
                           Torbida l’ombra.
E tutta molle d’un sudor di gelo,
E smorta in viso come erba che langue,
Tremo e fremo di brividi, ed anelo
                           Tacita, esangue.

La poetessa sente di non essere più padrona di sé e dei propri sensi, il cuore batte, non riesce a parlare, non vede e non sente più nulla, dentro di sé arde, eppure, sulla pelle, freme di gelidi sudori. Non è questa forse la descrizione più efficace dello sconvolgimento provato quando si vede la persona amata intrattenersi piacevolmente con qualcuno che non siamo noi? Con qualcuno che, forse, la porterà lontano da noi?

Questa è la più profonda essenza della gelosia, che fa precipitare l’amore nell’angoscia. Saffo è riuscita a descriverla in maniera perfetta, così perfetta che questa ode entrerà nel canone poetico per la descrizione dei sintomi della passione amorosa, e verrà proposta come testo esemplare nel trattato stilistico, rimasto anonimo, Del sublime.

Arianna Capirossi per MIfacciodiCultura

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