I Grandi Classici – “La Peste” e Albert Camus, il flagello fascista è (sempre) alle porte

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Sapreste riconoscere il fascismo, se bussasse di nuovo alle vostre porte? La domanda sorge spontanea alla lettura de La Peste di Albert Camus, di cui all’incipit abbiamo riportato un estratto di una delle pagine più significative: libro del 1947, è fondamentale oggi per capire il presente, un momento in cui le spinte totalitarie e le derive dittatoriali arrivano sia dall’ex destra che dell’ex sinistra, per non parlare della nuova dittatura economica (vedi euro, banche centrali, McDonald e Trump) finalizzata al livellamento delle diversità e all’aumento della disuguaglianza sociale.

I Grandi Classici - La Peste e Albert Camus, il flagello fascista è (sempre) alle porte

La trama del romanzo è quanto mai essenziale: nella città algerina di Orano, in una data imprecisata degli anni ’40 del 1900, scoppia un’epidemia di peste. Il medico Bernard Rieux, narratore-protagonista che riferisce i fatti in terza persona, stila la cronaca dell’insorgere della malattia e del suo svilupparsi sino alla conclusione finale, ossia il ritorno alla normalità. Come è noto, Albert Camus, vissuto tra il 1913 ed il 1960, fu per un periodo attivamente antifascista; successivamente, le sue idee si sposteranno su posizioni fortemente critiche del comunismo marxista e si porrà su posizioni decisamente anarchiche, mentre dal punto di vista letterario su estremamente caratterizzato da idee umanistiche ed esistenzialiste: non a caso, personalmente vediamo La peste in una sorta di dittico ideale, con La Nausea dell’amico Sartre.

Ma le posizioni di Camus, portate avanti con un limpido impegno sociale e non solo letterario in soli 6 romanzi ma ben 11 saggi (opera omnia, con 6 lavori teatrali, che complessivamente gli valse il Premio Nobel per la Letteratura a soli 44 anni, «Per la sua importante produzione letteraria, che con serietà chiarificante illumina i problemi della coscienza umana nel nostro tempo») sono estremamente complesse nella loro articolazione temporale. La peste, al contrario, singolarmente presa è un’opera estremamente lineare: un’allegoria della genesi del fascismo, visto per l’appunto come un morbo di cui all’inizio non si vuole riconoscere la gravità, con una pervicace tendenza alla sottovalutazione che finirà per favorire, com’è ovvio lo scoppio dell’epidemia al massimo della gravità possibile.

Mentre uno dei tempi fondamentali dell’opera di Camus è l’assurdo dell’esistenza, qui abbiamo il massimo della concretezza pragmatica, pur con ovvie riflessioni tipicamente esistenzialiste sulla natura umana: ma indubbiamente la metafisica trova poco posto in un racconto che si snoda sul filo del riferimento storico costante della Resistenza contro l’occupazione nazista, ma che si allarga sino a divenir applicabile a tutti i totalitarismi, da cui l’universalità che viene giustamente attribuita a Camus.

La metafora, insomma, non è arida né meccanica, né limitata nel tempo: se nell’Eneide la regina Didone parla d’amore quando dice «agnosco veteris vestigia flammae», dall’algerina Orano all’odierna Padania sembra esserci un filo rosso sangue di intolleranza e violenza repressa che rende La peste tristemente attuale. Camus, poi, riteneva che non potesse esservi giustizia sociale fino a quando il capitalismo mondiale non fosse stato sconfitto, e possiamo solo immaginare cosa penserebbe Camus dell’elezione di Donald Trump come Presidente USA o dell’agiografica esaltazione del peggio del capitalismo globalizzato, epicizzato in modo imbarazzante in The Founder.

«Chiesi a mio nonno “È solo un sogno?”» cantava Fabrizio de André; Camus non tocca il tasto della psicanalisi per spiegare il meccanismo di rifiuto di orrori montanti come nella follia collettiva nazista, ma la storia ci ha consegnato anche i resoconti dei sopravvissuti alla Shoah e con essi anche il diffuso senso di impossibilità, di rigetto, di negazione di fronte ad una realtà troppo orribile per essere tollerata.

I Grandi Classici - La Peste e Albert Camus, il flagello fascista è (sempre) alle porte
La peste (1992)

Dal punto di vista narrativo, Camus non adatta tanto lo stile alla materia, ma compie mirabilmente uno step (espressione orribile ed odiosa, ormai diffusa) ulteriore, adattando il ritmo all’ambientazione; il testo ha quasi una dimensione corale, la lentezza con cui si diffonde il morbo contrasta con l’idea precostituita dell’epidemia che infuria, e fa un controcanto agli altri aspetti della diffusione della pestilenza, sia essa peste bubbonica o nazismo: indifferenza, indecisione, inerzia ad agire o anche solo a riconoscere la malattia in quanto tale, spirito burocratico, egoismo, grettezza.

A differenza di chi la combatte, la peste non prende pause e non perde occasioni (ancorché fittizie e surrettizie: basti pensare allo sciacallaggio di Salvini in occasione del terremoto in Abruzzo): anche alla fine dell’epidemia ci sono vittime e ad Orano cadono proprio due dei protagonisti della lotta che, beffati dall’ottimismo, vengono contagiati in extremis.

Il protagonista Rieux è invece cauto: alla fine del racconto, ammonisce le autorità sulla necessità di una prevenzione per scongiurare il pericolo di un eventuale futuro ritorno della peste, i cui bacilli possono restare inerti, latenti, per anni, prima di colpire ancora.

La cronaca di questi giorni, ci ha riportato una sentenza della Corte Suprema tedesca che non ha dichiarato illegali le formazioni neonaziste in Germania, in quanto non in grado di incidere sul tessuto sociale coi loro ideali di razzismo e violenza.

Sapreste riconoscere il fascismo, se bussasse di nuovo alle nostre porte?

I flagelli, invero, sono una cosa comune, ma si crede difficilmente ai flagelli quando ti piombano sulla testa. Nel mondo ci sono state, in egual numero, pestilenze e guerre; e tuttavia pestilenze e guerre colgono gli uomini sempre impreparati. (…) La stupidaggine insiste sempre, ce se n’accorgerebbe se non si pensasse sempre a se stessi. I nostri concittadini, al riguardo, erano come tutti quanti, pensavano a se stessi, il flagello non è commisurato all’uomo, ci si dice quindi che il flagello è irreale, è un brutto sogno che passerà. Ma non passa sempre, e di cattivo sogno in cattivo sogno sono gli uomini che passano, e gli umanisti in primo luogo, in quanto non hanno preso le loro precauzioni.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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