Ettore Scola: ritratto italiano

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Ettore Scola: ritratto italiano

Chi vince la battaglia con la coscienza, ha vinto la guerra dell’esistenza.

È passato già un anno dalla scomparsa di uno dei più grandi registi che il cinema italiano potesse annoverare: Ettore Scola.
Nato a Trevico (Avellino, Campania) il 10 maggio 1931 ma trasferitosi a Roma in tenera età, inizia a soli quindici anni ad occuparsi dell’osservazione e rappresentazione del mondo a lui contemporaneo. Lavora come garzone di redazione del giornale umoristico Marc’Aurelio e non tarderà ad iniziare il suo apprendistato da brillante scrutatore del reale disegnando vignette comiche.

Ma il suo grande amore era il cinema: quel mondo che suscitava nel giovane Ettore tanta curiosità, interesse e fascino lo spinse verso i suoi primi lavori cinematografici. Unico scopo del regista alle prime armi, ma dal futuro promettente e colmo di successi, era quello di imitare i suoi miti: Monicelli, De Sica, Fellini. Infatti il suo lavoro da regista subirà contaminazioni dal periodo storico ma anche a quello cinematografico in cui era immerso, da quel flusso di informazioni, cultura, coscienza civile che farà da sfondo, anzi, sarà protagonista, di ogni sua pellicola.
Quello di Scola è il cinema del neorealismo, un cinema che caratterizzerà tutto il secolo: partendo da una base storica ben definita quanto complessa, che è il ventennio fascista, immergerà nel denso magma della lotta politica, civile e sociale, l’emozione e il sentimento, la verità di ogni persona, la quotidianità  imperante. Il neorealismo, che attinge in Italia da fondamenta letterarie salde, come quelle date da Verga ed i suoi romanzi del realismo, è come una cinepresa che riprende la realtà nel suo lento ma turbolento fluire. Scola stesso afferma che il neorealismo non è solo una corrente cinematografica, che inevitabilmente permetteva ai registi dell’epoca fare cinema, ma un vero e proprio “stile di vita”: rendeva possibile lo sviluppo delle coscienze negli individui, ma anche coscienza collettiva, spirito di identità ad un Paese. La sua è una commedia italiana distante da quella degli inizi, quella fuori da ogni amarezza e tristezza, quella che ritraeva un’Italia inverosimile, quella che nascondeva la realtà, che camuffava la verità fascista.
Scopo primario del neorealismo era proprio quello di raccontare l’Italia da ricostruire nel dopo la guerra, senza però mai cadere nell’estrema drammaticità della guerra, ma risollevando i morali, utilizzando l’arma dell’ironia e contemplando ogni sfaccettatura della dimensione umana. I personaggi sono osservati nel quotidiano ma inseriti nello scenario storico creando un cinema dal retrogusto psicologico dove Scola unisce le due fasi in cui si dipana, il film da un lato e il documentario dall’altro, usando il collante dell’umorismo. Mette sotto gli occhi di tutti i più grandi problemi sociali che l’Italia potesse sopportare, la dittatura fascista che lui stesso ha vissuto sulla sua pelle ed ha iniziato realmente a percepire tra i sette e i dieci anni, la lotta tra le classi, i fenomeni di emigrazione interna, l’ostilità tra cittadini di un’Italia unita sulla carta, ma che aveva in sé allora come oggi, molti ostacoli. Perno attorno al quale ruota il racconto è la classe operaia emigrata al nord, la protagonista più cara al regista, soprattutto per le sue origini meridionali; la stessa classe operaia che Scola, nelle sue ultime interviste, afferma essere ai tempi d’oggi dispersa, ma anche molto più stimolante. È dispersa perché ormai gli ideali che infuocavano le anime dei cittadini non esistono più, ma al tempo stesso è degna di approfondita indagine perché ricca di tante diversità in cui sguazzare.

«Gli italiani non hanno un’identità perché ne hanno tante, hanno tante diversità. Forse gli svizzeri hanno più identità di noi, ma nessuno vorrebbe mai essere uno svizzero!» dice Scola citando Norberto Bobbio.

I film che toccano l’apice di intensità, spessore, impeccabilità recitativa sono gli stessi che hanno reso il nostro compianto e amato Ettore Scola un monumento del cinema italiano, un orgoglio nazionale che ci rende fieri del nostro patrimonio artistico: Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? (primo vero debutto alla regia, nel 1968, con Alberto Sordi, Nino Manfredi e Bernard Blier), C’eravamo tanto amati (del 1974, con Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Stefano Satta Flores e Stefania Sandrelli); Brutti, sporchi e cattivi (1976); Una giornata particolare (1977, con Marcello Mastroianni e Sophia Loren). Ma ancora tanti, tanti altri (Ballando Ballando, La famiglia, Che ora è?, La cena, Concorrenza sleale nel 2001, il tributo alla scomparsa di Fellini Che strano chiamarsi Federico…), il tutto accompagnato da nomination agli Oscar come miglior film straniero e la vincita di diversi David di Donatello, utilizzando un semplice paradigma che varia sempre ma in un certo qual modo rimane sempre uguale a sé stesso: piccolo nucleo familiare – sentimenti – politica.

Gli attori da lui scelti sono quelli che hanno fatto il cinema italiano, la Loren, Gassman, Mastroianni, selezionati da Scola perché perfetti per incarnare quei personaggi tratteggiati dal regista: non è più l’attore che interpreta un personaggio dalla dolce sensibilità e tristezza, ma è l’attore stesso ad avere in sé note melanconiche e tenere solitudini.

Nel 2015 Scola è stato protagonista di un film-documentario che racconta la sua vita e il suo lavoro, Ridendo e scherzando. Il ritratto del regista all’italiana (2015) scritto e diretto dalle sue due figlie, dove è il regista raccontarsi tramite Pif, nel ruolo a lui tanto consono dell’intervistatore.
Questo film è stato per Ettore Scola un grande omaggio alla sua arte e anche un esempio di come le due registe avessero ereditato da lui la «auto disistima che aiuta a migliorare, perché la sicurezza è una brutta bestia». Le figlie, proprio come il padre, cercano di raccontare qualcosa di estremamente importante e profondo, usando gli stessi escamotage ironici del padre, rendendoci predisposti alla serietà ma inconsciamente e indirettamente  perché nel momento stesso in cui stiamo imparando qualcosa stiamo anche ridendo. La lezione del regista è arrivata alle figlie, come è arrivata ad ogni suo seguace.

Il cinema di Scola è stato e sarà un cinema d’eccezione ed edificante: una festa mobile” lontana dalla fantasia, ma improntata sull’osservazione diretta, sulla verità. Un cinema “scomodo”, dirompente, che dipinge gli ideali del tempo, le disillusioni («volevamo cambiare il mondo, il mondo ha cambiato noi» come dice Nicola Palumbo), le utopie. Scola ci ha lasciato con tanti giudizi sui tempi d’oggi, senza nessuna critica di disgusto, ma anzi con tanta fiducia, sempre e comunque custodita in uno scrigno di oggettivo sarcasmo.

«Sceglieremo di essere onesti o felici?» scrive in C’eravamo tanto amati. Tra felicità e onestà, in Scola la risposta non potrebbe essere più semplice: il suo cinema è il compromesso.

I giovani d’oggi devono avere ideologie, ideali, utopie, perché senza utopia l’uomo non vive.

Valentina Biagini per MIfacciodiCultura

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