Il “brutto” di Martin Disler: la retrospettiva allo Studio d’Arte Cannaviello

0 1.306

Il “brutto” di Martin Disler: la retrospettiva allo Studio d’Arte Cannaviello

Martin Disler Senza Titolo 1994 cm 64x97 acrilico su carta 2 (1)
Martin Disler, Senza Titolo 1994 cm 64×97 acrilico su carta 2

Dopo aver contribuito a stilare nuove forme di distribuzione dell’arte tramite la definizione di una rete di gallerie, Enzo Cannaviello – storico gallerista milanese – ci propone nell’omonimo Studio d’arte Cannaviello, un omaggio all’artista svizzero Martin Disler.

L’artista (1949-1996), vissuto tra gli anni ’80 e ’90 tra l’Europa e gli Stati Uniti, tenne la sua prima personale proprio a Milano presso la già nota galleria. Un’ammirazione solida, quella del gallerista Cannaviello per Disler che già nel 2008 curò un’altra sua retrospettiva. Perlopiù, nella scena torinese, nell’ambito di ContemporaryArt, il 10 dicembre del 2012 mise in programma l’apertura della nuova galleria Opere Scelte e fu ancora Disler ad esserne protagonista. A lui venne dedicata la mostra di apertura degli spazi supervisionati da Enzo Cannaviello e la cui gestione ancora oggi è affidata alla giovane Emanuela Romano.

Martin Disler pittore, scultore, poeta e scrittore viene raccontato questa volta con una retrospettiva, inaugurata il 10 gennaio 2017 e visitabile fino al 18 febbraio, con un focus ben preciso – quello che probabilmente gli era più caro – e cioè quello della sua predilezione per la carta come supporto alle sue opere. Sono venti i lavori proposti, realizzati a Milano tra gli anni Ottanta e Novanta e, in cui si riscontra il nucleo percettivo dell’approccio primitivo e violento nel suo operato artistico. Difatti, la carta telata, gli permette il volo pindarico della velocità di esecuzione, del sentire istantaneo, del respiro che si acuisce e si traduce nell’impeto del tratto violento. La semplificazione delle linee dei corpi sdogana il concetto estetico del piacere visivo cristallizzato, per esplodere in forme incongruenti, brutte e maltrattate che ci rimandano direttamente al suo mondo interiore. Disler ci fa il dono della sincerità, ci accompagna nei moti che lo percorrono durante l’esecuzione delle sue opere, mostrandoci il suo desiderio, come lui stesso ha raccontato, di realizzare opere “dipinte male”.

Arnold Ruge (1802-809) filosofo e scrittore tedesco, affermava che la bruttezza – sdoganata nella storia dell’arte fin dal Romanticismo – è parte della sfera dello “sprofondamento”, della non-realizzazione dello Spirito. Disler invoca la spiritualizzazione invece, tramite un esercizio estetico di rinnovamento: “perdo la sicurezza per aprirmi al nuovo”. Realizza un’indagine in cui si misura con gli aspetti più conturbanti della realtà della nostra epoca quali la morte, la sessualità e la vita come disarmonia prestabilita.

L’arte, come ci ricorda W. Adorno – nella sua fondamentale Teoria estetica del 1977 – «ha la forza di racchiudere in sé ciò che le sia contrario senza recedere neanche un po’ dal proprio anelito e anzi, trasforma quell’anelito in una forza che affratella il momento del brutto alla spiritualizzazione artistica». Proprio questa connotazione permette a Disler di liberare i corpi che si intrecciano e annaspano in spazi asettici e geometrie deliranti. Il tratto esplode quando i corpi si fondono in macchie colorate e materiche seppur – con letture attente- risultano ancora distinguibili forme e lineamenti umani.

Martin Disler, Senza Titolo, 1991, 215x214 cm, Courtesy Studio d'Arte Cannaviello, MilanoLa decomposizione della materia umana, che inscrive la lettura delle sue opere nel ruolo democratico del tempo, è richiamata più volte nei movimenti delle carni che si possiedono e si appartengono. Il piacere e il dolore si mescolano, sposando le dicotomie che appartenevano anche alle ricerche artistiche di Francis Bacon. I corpi così deturpati si traducono nella più concreta dualità ineluttabile del destino umano, appaiano sensuali nella brutalità, ci raccontano le storie dei singoli poiché ne amplificano la soggettività.

Disler evoca l’individualità della sua ricerca in modo preponderante sottolineando la volontà di definire una propria, personale, forma di bellezza discorante con la società dell’omologazione che invece oggi ci riguarda. Gesto disperato che evidentemente rimanda ad artisti come Ensor, Munch, Vlaminck e Kirchner che hanno contribuito alla denuncia del dramma dell’uomo che si piega e si contorce dietro le brutte maschere che la società contemporanea impone.

Martin Disler – Opere su carta
A cura di Enzo Cannaviello
Studio d’Arte Cannaviello, Milano
Dal 10 gennaio al 18 febbraio 2017

Simona La Neve per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.