Una statua riaccende gli attriti tra Giappone e Corea del Sud

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Una statua riaccende gli attriti tra Giappone e Corea del Sud

Una statua riaccende gli attriti tra Giappone e Corea del SudCi sono capitoli di storia che a distanza di decenni, pungono ancora. Ci sono pagine che non si riescono a voltare definitivamente, che non si riescono a relegare in un angolo di mente e trasformare in lontani ricordi. Ci sono cicatrici che non riescono a chiudersi: forse perché l’orgoglio è talmente forte che non si riesce a chiedere scusa. Forse perché l’ammissione di eventuali errori, implicherebbe conseguenze terribili da affrontare. O forse perché non si vuol macchiare una storia creduta gloriosa.

Così, all’indomani di un accordo di pace inseguito da più di settant’anni, i rapporti tra Corea del Sud e Giappone ritornano gelidi anzi, tesi. È bastata una statua dorata, un ricordo a ribaltare l’armonia precaria tra due paesi costretti alla collaborazione perché accomunati dal timore di un blitz della Corea del Nord.

Eretta in ricordo delle 200mila donne ridotte in schiavitù sessuale da parte dei Giapponesi nel corso della Seconda Guerra Mondiale, la statua esposta vicino al consolato nipponico a Busan, la più grande città portuale coreana, ha indignato Tokyo. Tra il 1932 e il 1945, il Giappone adescò per le sue comfort stations (dislocate nei luoghi soggetti a dominio imperiale come Corea, Cina, Vietnam) quasi 200mila donne e bambine, a volte con l’illusoria promessa di un lavoro in fabbrica, altre con veri e propri rapimenti: queste donne furono deportate e rinchiuse per anni nelle fabbriche del sessoStuprate, umiliate e soggette a violenze di ogni tipo, le comfort women dovevano essere una sorta di premio per le orde di soldati di ritorno dai campi di battaglia, vittime sacrificali per mitigare le angosce di uomini segnati dalle atrocità della guerra.

Una statua riaccende gli attriti tra Giappone e Corea del SudEppure il Giappone ha definito il ritratto di quella donna “estremamente deplorevole“, pensando bene di richiamare l’ambasciatore a Seul. Estremamente deplorevole perché 7 milioni e mezzo di euro di risarcimento (alle donne sopravvissute e le loro famiglie) probabilmente non sono bastati a mettere un punto definitivo, a risolvere la questione “finalmente e irreversibilmente“. Estremamente deplorevole perché dedicate all’accaduto sono decisamente troppe poche le righe all’interno dei libri scolastici.

Ci sono dolori difficili da cancellare. Così un gruppo di attivisti coreani ha deciso di onorare le comfort women evitando che questa tragedia passasse in sordina, evitando che ancora oggi, i paesi asiatici siano sottomessi alla subdola influenza del Sol Levante, sottolineando (in un’intervista alla BCC) come il risarcimento fosse stato raggiunto senza consultazione con le vittime e senza che il Giappone riconoscesse le responsabilità legali della vicenda.

In realtà, copie della statua esistevano già in varie città della Corea del Sud. Ma quello che a prima vista potrebbe apparire come uno sfregio al governo nipponico, sarebbe soltanto l’ennesima richiesta da parte dei coreani di quel riconoscimento morale (una semplice lettera di scuse) che lo stesso Primo Ministro giapponese Shinzō Abe ha espressamente vietato di offrire già mesi fa.

Una statua riaccende gli attriti tra Giappone e Corea del SudAncora una volta ci si rende conto di come l’orgoglio e la superbia si scontrino e prevarichino sul quieto vivere e sulla pace. Ci si rende conto dell’importanza delle parole e del dialogo costruttivo in una realtà in cui gli equilibri tra i vari angoli di mondo appaiono flebili e precari.

Chissà cosa avrebbero da dire le duecentomila vittime, elevate a mo’ di capro espiatorio, di questa nuova tensione internazionale.

 

Eleonora Vergine per MIfacciodiCultura

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