Se i musei si visitassero come si fa con Zara sarebbe davvero positivo?

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Se i musei si visitassero come si fa con Zara sarebbe davvero positivo?

Bisogna cominciare ad entrare nei musei come si entra da Zara, dieci quindici minuti, anche solo per dare un’occhiata.

museoDevo dire che questa affermazione – volutamente fornitavi senza contesto – sulle prime mi ha lasciato molto perplessa. Dapprima perché i miei giri da Zara, anche per dare la solita occhiata, durano nettamente più di un quarto d’ora. In secondo luogo perché è senza dubbio estraniante accostare un museo ad una catena d’abbigliamento riferimento degli hipster-fashion-blogger-wannabe.

Vorrei che il museo venisse fruito come si fruiscono i centri commerciali, in cui puoi andare per curiosare nell’infinità di cose che ci sono. […] Non per vedere tutto ciò che il museo offre, ma delle enormi collezioni permanenti si guardano tre quattro cose, poi si esce e si rientra un altro giorno, ne rivedi altre tre-quattro, giusto dieci-quindici minuti, perché il tal museo è lungo la strada che si fa quel giorno.

Per chi, come chi vi scrive ora, ha lavorato in un centro commerciale, questo binomio è forse ancor più orrorifico di prima.
Chi ha avuto l’onere e l’onore di conoscere i clienti di questi luoghi di ritrovo sa bene di cosa siano capaci questi piccoli strani esserini
: hanno sempre bisogno di qualcosa proprio quando stai chiudendo, si lamentano se chiudi prima a Ferragosto (storie di vita vera), sono capaci di toccare e spostare qualsiasi cosa che tu abbia appena riordinato.

Il pensiero mi va subito alle mani di un bambino – che saranno sempre sporche in maniera direttamente proporzionale a quanto è pulito il tuo vetro – appicciate ad un quadro di Picasso e, sinceramente, l’idea non mi sembra così geniale.

Ma di chi è questa proposta? Del Professore Roberto Grandi, Ordinario di Comunicazione di Massa all’Ateneo di Bologna, assessore alla cultura dal ’96 al ’99 per Walter Vitali e che da dicembre scorso è presidente dell’Istituzione Bologna Musei. Certo, si tratta di una provocazione che, come tale, deve essere capita e interpretata per il problema che ci pone: i musei visti come realtà elitaria, per pochi eletti, popolata da persone che devono sempre capire e amare cosa vedono.

Inoltre, c’è il problema della maratona che spesso si fa nei musei e che, alla fine, ti lascia più spossato che illuminato d’arte. Soprattutto in musei molto grandi – il Louvre è l’ovvio esempio – spesso si tende a voler vedere tutto, subito. Il risultato è solo un vago ricordo, un’immensa stanchezza e ad un certo punto anche la voglia di finire alla svelta.

dsc_5221Manca sicuramente un rapporto emotivo con l’opera, un’analisi che viene prima e prescinde quella storica. Si tratta di sostare di fronte a un’opera e, semplicemente, bearsene. Invece siamo abituati a correre nei musei, cercando magari di evitare i disturbatori o accodandoci a gruppi guidati, alla ricerca spasmodica di una sedia (che immancabilmente non si può usare perché è confiscata dagli operatori o, nel peggiore dei casi, si evita per il timore sia un’opera anch’essa).

L’arte, come ogni cosa del nostro secolo, è diventata un mero oggetto. Se sei intelligente la capisci, altrimenti sei una capra (cit.). Se ragioniamo poi sul valore che viene dato nelle scuole all’insegnamento della Storia dell’Arte forse poi non possiamo stupirci che non tutti riescano a codificare con semplicità certi tipi di opere, soprattutto quelle a noi contemporanee.

Il problema non è certo né di oggi né di ieri. La stessa Estetica ancora oggi dibatte su cosa sia il bello in arte, se esista, se la critica d’arte sia utile o se tutto si debba basare su impressioni visive o emotive.

L’arte non è semplice, non è codificabile, non è un libro di storia da sfogliare. O meglio, non solo.

È vero che un qualsiasi essere umano posto davanti alla Guernica di Picasso, non sarà mai in grado di decifrare quel quadro come la rappresentazione del bombardamento dell’omonima città durante la guerra civile spagnola. Ma è altrettanto vero che senza nemmeno sapere chi fosse Pablo Picasso o quando e come sia nato il Cubismo, chiunque può interpretare quella tela, dandone un significato. Lo strazio della guerra, la cattiveria dell’uomo, la cecità di Dio, il dolore di un’umanità.

Ed è per questo che l’arte è democratica. Chiunque tu sia ti è lasciato il diritto di dare la tua opinione.

Quello che però mi chiedo è: per avere una riappropriazione della massa (scevra di qualsiasi significato politico-sociale-economico) è necessario massificare l’arte, rendendola un prodotto della cultura di massa come ogni altro? Rendere un museo al pari di Zara può accrescere o invece solo sminuire i tesori in esso contenuti?

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Guernica, P. Picasso, 1937

Nel nostro mondo, che forse è un po’ fuor di senno, tutto ha un valore economico. La cultura, solitamente, è quella cosa con cui non si mangia. Ma un quadro di Klimt ha un certo valore, ben definito e battuto all’asta. C’è un mercato finanziario alle spalle del patinato mondo museale. E questo perché, nonostante tutto, l’uomo ancora riesce a cogliere l’irrepetibilità dell’opera d’arte.

Se la rendiamo pari agli oggetti riprodotti e venduti in serie sugli scaffali dei centri commerciali siamo davvero sicuri di non sminuirla nel suo valore – e qui non si intende quello finanziario -?

Le provocazioni sono fatte per far riflettere, e qui è quello che abbiamo fatto. E quindi vi chiedo: voi cosa ne pensate? Depauperare il valore artistico pur di rendere le masse più acculturate può essere una soluzione? O peggio, è l’unica che ci è rimasta?

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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