Haruki Murakami: un filo sospeso tra la realtà e l’assurdo

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Haruki Murakami: un filo sospeso tra la realtà e l’assurdo

Haruki Murakami: un filo sospeso tra la realtà e l'assurdoPensate ad un unico stile letterario o semplicemente ad un unica storia, che abbia come sfondo i tipici paesaggi giapponesi, la cultura e la filosofia del Giappone mescolata ad elementi onirici dei migliori esponenti del surrealismo; aggiungete anche simboli, anafore e metafore dei più grandi poeti francesi e con l’aggiunta di un pizzico di realtà, avrete un opera letteraria di uno dei più grandi scrittori contemporanei del mondo: Haruki Murakami.

Nato a Kyoto nel Dopoguerra, il 12 gennaio 1949, suo padre è un monaco buddista, il quale sarà fondamentale per lo scrittore non solo perché da lui erediterà il ruolo di priore del tempio, ma anche perché lo farà avvicinare alle letture ed ai libri. Durante la permanenza al liceo di Kōbe,  Murakami si appassionerà alle letture ed ai libri dei grandi autori stranieri ed in particolar modo alla letteratura inglese.

Nel 1968, si iscrive alla facoltà di Lettere dell’Università di Waseda, dove si laurea nel 1975 con una tesi inerente al tema del viaggio nel cinema americano: il viaggio sarà uno dei topic principali che caratterizzeranno i suoi futuri romanzi, ma lui ancora, ovviamente, non lo sa. Gli anni dell’università corrispondono a quelli delle rivolte studentesche: anche queste saranno sicuramente fattori influenzanti sul suo pensiero e sull’irrequietezza molte volte latente negli scritti di Murakami. Ma invece di partecipare a questi disordini, il futuro scrittore approfondisce ed indaga questioni come il lavoro e la responsabilità, ed inizia a frequentare Takahashi Yōko, con la quale si sposerà nel 1971.

murakami-haruki-book-coverDopo diverse vicissitudini decide di aprire con la moglie un jazz bar, il Peter Cat, di giorno caffetteria, di sera bar che serviva anche alcolici. L’ambiente era senza finestre, le sedie e i tavoli di legno, le pareti bianche in stile spagnolo e foto di gatti erano dappertutto. Murakami preparava cocktail, metteva musica, leggeva libri e ascoltava le persone: come ha ammesso lui stesso, questa esperienza è stata preziosa per la sua formazione di scrittore. Lo stesso jazz, come tutta la musica del resto, sarà un elemento molto ricorrente dei suoi romanzi.

Ma è nel 1978 che si rivela la sua improvvisa vocazione ed inizia la stesura del suo primo romanzo Ascolta la canzone del vento, il quale gli permette di vincere il premio Gunzo come miglior esordiente.
Il resto poi viene da sé, il resto poi è leggenda: tradotto in circa cinquanta lingue, i suoi romanzi, ormai divenuti best seller, gli hanno permesso di ricevere diversi premi ed addirittura una candidatura al
Nobel
(a mio parere molto più meritato rispetto all’icona idolatrata che ha vinto quest’anno). Sì perché Haruki Murakami è uno scrittore a 360 gradi: avendo avuto come punto di riferimento scrittori del calibro di Kafka, Fitzgerald, Raymond Chandler, Shakespeare e Dostoevskij, non avrebbe mai potuto creare opere banali o scontate. È riuscito anzi, mediante queste differenti influenze letterarie, a generare uno stile unico ed univoco, mescolando psicologia, sociologia, poesia, magia, il tutto nello stesso canale, facendo rimanere il lettore aggrappato a quell’inchiostro così impresso su quelle pagine. Descrizioni minuziose, dettagliate ed uniche, che non lasciano modo al lettore di immaginare e vagare con la mente poiché tutto è già scritto, riescono a “bloccare” il pensiero di questi, che segue la filosofia e l’immaginazione dello scrittore. Ti guida dove lui stesso vuole.

389995_10150466057682922_419407872_n-2Un altro elemento molto importante della letteratura di Murakami è la visione del mondo: sia che sia caos o leggerezza, noi guardiamo attraverso i suoi occhi, attraverso quelli personaggi, molto spesso appartenenti a ceti sociali bassi. Forse è per questo che vediamo con uno sguardo più diretto e più veritiero il mondo, senza le troppe costruzioni artificiali di chi vive ai livelli sociali più alti.

Altre due sono le costanti nei suoi romanzi: uno è la magia come già accennato prima, quella leggera carezza surreale che in poche righe riesce a far incontrare ad un personaggio all’apparenza normale e classicamente posto nella routine della scrittura, con una pecora parlante o altri soggetti abbastanza onirici. Ma dalla magia alla cruda realtà: nei romanzi di Murakami  non vi è sempre il lieto fine, i personaggi ci lasciano o li lasciano i loro cari, infatti l’abbandono è sempre dietro all’angolo. Ci si può ritrovare in un istante soli, immersi in una solitudine che fa da filo conduttore come il dolore e la malinconia in quasi tutti i romanzi, una solitudine che però viene anche comunicata non solo come cosa malvagia e fredda ma pure come elemento fondamentale per la crescita di qualche personaggio.

Ciò che ritroviamo in questi libri sono messaggi diretti e sentimenti espressi, partendo dal mio preferito Kafka sulla spiaggia (2002), nel quale si affronta il peso di un passato tormentato ma che fortifica, costruisce e crea, pur facendo non eliminando il dolore: è un romanzo poetico e magico che narra le vicende di due personaggi che se anche non si incontreranno sono vicini, sono in simbiosi seguendo entrambi il filone fondamentale dei ricordi.

norwegian-wood-tokyo-blues-di-haruki-murakami-l-1Il tema del dolore e dell’infanzia non proprio perfetta ritornerà anche in Norwegian Wood, racconto nel quale il protagonista ricorda con precisione un fatto legato al suicidio di un suo caro amico. Mediante questo ricordo nascerà un processo di comprensione, perché come espresse anche Rilke nelle Lettere a un giovane poeta:

Nostro compito è di plasmare la tristezza e di viverci insieme.

I personaggi di Murakami sono stratificati e complessi, spesso oltre la comprensione di se stessi. Tutti i suoi protagonisti hanno vissuto la fase di transizione dalla giovinezza all’età adulta attraverso degli episodi traumatici che ne hanno definito la personalità e il percorso esistenziale.

Se leggi Murakami sai che dei suoi romanzi l’importante non è il finale, bensì la conclusione del ciclo di vita del protagonista, la conclusione nel bene o nel male di quel viaggio interiore che i personaggi hanno intrapreso ad inizio romanzo. Personaggi che camminano, ognuno a suo modo, ognuno con le proprie paure ed i propri problemi, su un filo invisibile teso tra la realtà e l’assurdo.

Gianmaria Turco per MIfacciodiCultura

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