#EtinArcadiaEgo – Maestro Cimabue, prima di Giotto, primo su Giotto

0 1.829

#EtinArcadiaEgo – Maestro Cimabue, prima di Giotto, primo su Giotto

Credette Cimabue ne la pittura

tener lo campo, e ora ha Giotto il grido

si che la fama di colui è scura

cimabue-crocifisso-di-santa-croce-1
Cimabue, Crocifisso di Santa Croce (1280)

Divina Commedia, canto XI del Purgatorio: Dante e Virgilio si trovano nella cerchia dei superbi ma che seppero pentirsi delle loro azioni e pertanto non sono condannati alla voragine infernale. Fra le anime malinconiche ma speranzose per il loro futuro in Paradiso, Dante riconosce tal Oderisi da Gubbio, che in vita era stato un celebre decoratore di codici, tanto che Dante stesso lo ricorda come orgoglio della città di Gubbio.

Eppure Oderisi scuote la testa e come tante volte lungo il viaggio ultraterreno di Dante, diventa voce dei veri pensieri del poeta: Oderisi ricorda a Dante quanto la fama e la gloria siano effimere e passeggere, e nel farlo cita esempi di personaggi concreti. Le terzine più famose di questo excursus sono (e potrebbero non esserlo?) dedicate a Giotto e Cimabue, suo maestro. Secondo Oderisi, Cimabue era stato il primo dei pittori nel suo tempo, il migliore, il più celebrato: eppure un giorno il suo giovane allievo lo aveva superato, rendendo la sua luce pallida come quella di un lumicino con poca cera.

Non si può dire che il tempo sia stato clemente con il povero Cimabue: è vero, le sue opere sono esposte al Louvre e agli Uffizi, i suoi affreschi sono fra i più celebri della basilica di Assisi, il suo stesso nome è noto anche ai non esperti d’arte. Eppure, per tanti, troppi sarà sempre “quello prima di Giotto”: un’etichetta fra le peggiori.

Ma chi era davvero Cimabue? Della sua vita si sa pochissimo, e le notizie passateci dal Vasari vanno sempre prese con le pinze. Nacque a Firenze nella prima metà del XIII secolo, un’epoca piuttosto fiorente per la pittura in Italia, in cui le città facevano a gara per avere opere di Giunta Pisano, Guido da Siena o Berlinghiero Berlinghieri. Il suo vero nome era Cenni di Pepo, soprannominato Cimabue per il suo carattere orgoglioso e ironico. Alcune carte notarili lo vogliono a Roma verso i trent’anni, ma i fatti dicono che proprio in quel periodo lavorò a uno dei suoi capolavori: il Crocifisso di Santa Croce. Ma, a dimostrazione che il destino sarebbe stato infine avverso al pittore, questo capolavoro è stato rovinato in gran parte dalla terribile alluvione di Firenze del ’66 e ora non si può che ammirarne quel che rimane aiutandosi con fotografie d’antan.

Secondo Vasari, Cimabue «dette principio al nuovo modo di disegnare e dipingere» e le parole sono scelte attentamente: egli infatti fece scattare la prima scintilla del fuoco rivoluzionario di Giotto e del futuro incendio masaccesco: Cimabue era nato nell’ultimo giro di giostra dell’arte bizantina d era stato istruito da maestri greci. La sua formazione di base non poteva creare un rivoluzionario, ma solo un ennesimo imitatore di canoni già scritti. Eppure riuscì in una missione ancora più difficile di quella di Giotto: creò le idee. Basta guardare i suoi celeberrimi crocifissi: nascosta, intrappolata come i non finiti di Michelangelo, ma per la prima volta presente, si affaccia la naturalezza. Fino a lui, l’arte era rappresentare l’idea di un’emozione, non l’emozione stessa: ecco il perché dei cristi distorti e iper-espressivi dell’epoca. Cimabue intuisce per primo che qualcosa non funziona e cerca la via per cambiarlo.

#EtinArcadiaEgo - Maestro Cimabue, prima di Giotto, primo su Giotto
Giotto, Crocifisso di Santa Maria Novella (1295)

La sfortuna principale di Cimabue è di esser nato troppo presto: la sua istruzione fu “accademica” cioè impostata su canoni d’uso, di matrice bizantina. Per quanto potesse discostarsene, quella era la base e non poteva cambiarla.

Per Giotto fu tutto più facile: è vero, era un genio, ma il suo maestro un innovatore. Il suo talento naturale poté esprimersi liberamente, e grazie a questo oggi ammiriamo i suoi capolavori.

Cimabue finì per essere considerato come un sempliciotto, un onesto mestierante con un genio pestifero come allievo: il Vasari parla della leggenda secondo cui Giotto avrebbe disegnato sul tavolo da lavoro una mosca così realistica che Cimabue avrebbe cercato di scacciarla.

Chissà se la storia restituirà a Cimabue la gloria che merita. Forse un giorno capiterà, magari con in calce una foto del crocifisso perduto di Santa Croce.

Luca Mombellardo per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.